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Roberto Gatti
in: Arrabiature, News

Crisi Doc in cantina, l’Italia si “beve” un mito chiamato Marsala

Produzione e consumi in calo, contributi Ue perduti, un Consorzio allo sbando. Ma c’è chi prova a reagire e pensa di dedicare un museo all’antico vino siciliano

 

Il Marsala, primo vino italiano ad avere ottenuto la Doc, attraversa una crisi profonda. A partire dal fatto che il Consorzio che lo dovrebbe tutelare, di fatto, non esiste più. Triste fine per un vino dalla storia leggendaria. Che comincia nel 1773, quando John Woodhouse, un ricco commerciante inglese, per sfuggire a un temporale approda a Marsala, estremo ovest della Sicilia. Scopre un vino molto forte, ambrato, singolare per metodo di invecchiamento.

E nasce così l’industria del Marsala, che arriva a contare su più di 100 cantine. Ma con gli affari arrivano gli speculatori. Tanto che nel 1931 parte la richiesta di una legge di tutela e nel 1969 arriva il marchio Doc, con tanto di Consorzio. Che, con il passare degli anni, fa i conti con contrasti interni e defezioni. Al punto che oggi ha una sede, un sito internet (non aggiornato dal 2011) ma praticamente non esiste. Il ministero dell’Agricoltura, infatti, lo ha escluso dall’elenco dei Consorzi dei vini italiani Doc (in tutto sono 109). Cosa che comporta l’impossibilità di accedere ai contributi comunitari e di difendere il Marsala dalle imitazioni.

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Già, perché mentre i produttori abbandonano le coltivazioni, diverse imitazioni del vino siciliano invadono i mercati del Nord America, dell’Australia e dell’ Asia. Il vignaiolo Renato De Bartoli spiega: «Il Consorzio non ha mai tutelato i viticoltori, ma solo i trasformatori (ovvero le aziende che lavorano il vino). Negli ultimi 50 anni si sono impoverite 50 mila famiglie e se ne sono arricchite 30. Oggi il Marsala che si vende nel mondo è per lo più falso. Si produce più Marsala in California che in Sicilia…».

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Attualmente la produzione totale è di 50.000 ettolitri l’anno (nel 2004 erano 80.000). Di questi, un terzo sono usati per la preparazione di alimenti come la carne in scatola. Il giro d’affari totale è di 12 milioni di euro. Nulla di paragonabile allo spagnolo Sherry, il vino più vicino al Marsala per qualità e caratteristiche, che ha una produzione annua di 46 milioni di bottiglie.

 

Eppure c’è chi ancora ha voglia di fare. «Continuiamo a pensare che il Marsala sia un prodotto vivo», dicono dalla Duca di Salaparuta (azienda uscita dal Consorzio lo scorso anno) che esporta 3 milioni di bottiglie di Marsala Florio. Mentre un giovane imprenditore, Francesco Alagna, sta lavorando per realizzare un museo del vino Marsala. Tra gli obiettivi anche quello di creare una rete con le altre città del vino liquoroso, come Porto. Dove si litiga di meno e si tutela di più.

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( Fonte repubblica )

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