06
feb

Roberto Gatti
in: News

Datterino africano in vendita nella patria del pomodorino, la rabbia del produttore: «Così falliremo»

Sos da Pachino dopo il caso degli ortaggi provenienti dal Camerun: «A stento recuperiamo le spese. Invito i ministri in campagna, così capiranno»

 

 

PACHINO – «Abbiamo tutto in Sicilia. Facciano entrare ananas o banane nel nostro mercato ortofrutticolo. Quelli sì. Ma non il nostro pomodoro o le nostre arance, comunque i nostri prodotti. Che ce ne facciamo del pomodoro del Camerun?». A parlare – riprendendo il caso estremo denunciato su “La Sicilia” di venerdì e rilanciato dai media nazionali – con la semplicità e la genuinità di un ragazzo del Sud di 26 anni è Paolo Pennisi. Viene da una famiglia di agricoltori, da generazioni. Prima il nonno, con le vigne. Poi negli stessi campi si cominciarono a costruire le serre in legno ed a coltivare il “San Marzano”. Poi è stata la volta del padre con il ciliegino. Adesso da 2 anni è il suo turno.

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«Sin da piccolo – dice Paolo – mio padre mi portava in campagna. Mi piaceva fare dei piccoli lavoretti. Da bambino sono rimasto affascinato da questo mondo e subito dopo il diploma, invece di andare a fare il cameriere a Marzamemi, ho preferito cercare lavoro in campagna». E così è stato.

 

«Ho cominciato a lavorare – racconta – per i miei cugini che hanno un azienda. Da luglio 2011 fino al 2016 ho lavorato con loro. A giornata. Io sono un tipo che sa fare economia, quindi ho messo qualcosa da parte perché avevo voglia di mettermi in proprio. Così due anni fa ho cominciato affittando qualche terreno per poi lavorarlo. Da allora cerco di crescere e farmi una posizione. Però troppo spesso in campagna tu puoi anche lavorare bene, anche produrre il frutto buono, ma poi è facile capire cosa succede: ieri ho portato al mercato 1.000 kg di ciliegino. Il prezzo era di 60 o 70 centesimi. Senza provvigione. Sa che vuole dire? Che sto lavorando per cercare di recuperare le spese. Senza guadagno. Io ieri ho raccolto il pomodoro. Il prossimo raccolto posso prenderlo fra 15/20 giorni, meteo permettendo. E i soldi del venduto di ieri li vedrò tra 25 giorni».

 

Paolo non è il solo in questa guerra contro il pomodoro contraffatto, contro i mercati, contro “nemici” di cui non conoscono il volto. «Mi fa girare la scatole – dice Paolo – tutta questa situazione. Non so come difendermi. Non sappiamo come difenderci e da chi difenderci. L’unica cosa che possiamo fare noi è trattare bene le piante. Se viene una tromba d’aria o il vento o il gelo, speriamo che vada tutto bene. Produciamo a casa nostra, acquistiamo materiale da aziende di casa nostra, ma poi ti vedi il pomodoro di altri sotto casa tua. Ti fa rabbia».

 

Il dramma per i piccoli imprenditori è che per affrontare ogni campagna hanno bisogno di liquidità. Senza soldi niente piantine, plastica, concime o altro. Il raccolto, alla situazione attuale, sta andando in perdita. Chi rischia di uinvestire altri risparmi a queste condizioni? «Se continuiamo così – dice Pennisi – molte piccole aziende chiuderanno. Non stiamo parlando dei grossi, che possono affrontare spese. Se io quest’anno non metto niente da parte, non posso affrontare la prossima stagione. Poi un grido che si perderà nel vuoto. «Lo ospiterei volentieri in campagna un qualsiasi ministro del nostro governo per fargli vedere la vita che facciamo. Non adesso, ma in estate. Questo è il lavoro nostro. Questo succede quando scrivono accordi o fanno leggi. Il pomodoro resta sulla pianta. E io devo cercarmi un altro lavoro».

 

( Francesco Midolo – Riproduzione Riservata )

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