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nov

Roberto Gatti
in: News

Ecco come il clima sta cambiando la mappa del vino

Con il riscaldamento le condizioni ideali per la viticoltura si trovano sempre più lontano dall’equatore.

 

 

Sempre meno francese e californiano, sempre più inglese, russo e polacco. Queste le previsioni che alcuni studi traggono sulle conseguenze che il riscaldamento globale sta già avendo sulla produzione vinicola mondiale. La campana a morto l’ha suonata lo scorso ottobre l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino snocciolando una serie di dati per niente rassicuranti. La produzione mondiale di vino per l’anno in corso è prevista in calo dell’8,2% rispetto al 2016: più di 22 milioni di ettolitri meno dello scorso anno. I circa 246 milioni di ettolitri prodotti nel 2017 rappresentano un quantitativo “eccezionalmente scarso e senza precedenti”, si legge nel comunicato diffuso dalla Oiv, dopo quelli registrati tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. “Più recentemente, solo le produzioni del 1991 e del 1994 sono di livello comparabile (rispettivamente 251,6 e 249,4 Mio hl)”.

 

Italia in maglia nera

 

L’Italia, pur confermandosi il primo produttore mondiale, è il paese nel quale si registra il calo maggiore, pari al 23% con una produzione ferma sotto i 40 milioni di ettolitri, seguita a ruota da Francia (-19%) e Spagna (-15%). Al ribasso anche la produzione tedesca e greca, rispettivamente del 10% e del 5%. I record positivi si registrano invece in Sud America dove l’Argentina arriverà probabilmente a fine anno a sfiorare i 12 milioni di ettolitri, con un aumento del 25% rispetto allo scorso anno, e il Brasile, in ripresa dopo un 2016 terrificante, vedrà un aumento della produzione addirittura del 169%. Male invece il Cile, con produzione in calo del 6,4% rispetto al 2016 (ma aveva già perso il 21% sull’anno ancora prima).

 

 

Dove si sposta la vite

 

Si è trattato solo di una pessima annata, o qualcosa di più sostanziale bolle in pentola? Diversi studi nel recente passato hanno suggerito la possibilità che la mappa mondiale del vino potrebbe essere stravolta nei prossimi decenni a causa del cambiamento climatico. Quello a cui stiamo assistendo è forse l’avverarsi di queste previsioni scientifiche. Se nei paesi che sono storici produttori di vino il 2017 ha visto un brusco calo della produzione a causa degli eventi meteorologici che li hanno colpiti, nel Regno Unito nello stesso anno si è battuto ogni record positivo. I produttori erano molto meno di 300 nel 2012 e nel 2016 hanno sfiorato quota 400. Gli inglesi a quanto pare vanno forte soprattutto con le bollicine e il pubblico sembra apprezzare i prodotti locali e addirittura preferirli in qualche caso a quelli più blasonati di importazione.

 

Certo non è facile prevedere con precisione dove si creeranno in futuro le condizioni ideali per la produzione vinicola, ma con l’aumento delle temperature medie globali, le terre migliori per coltivare una vigna si allontaneranno sempre di più dall’equatore, verso nord nell’emisfero settentrionale e verso sud in quello meridionale.

 

Uno studio che si azzardava a fare previsioni nefaste in tal senso è uscito nel 2013 e prevedeva che per continuare a mantenere la produzione nei paesi del Mediterraneo nei prossimi decenni sarà necessario un impiego di acqua per l’irrigazione incompatibile con la sempre crescente necessità della sua conservazione. Per gli autori regioni come la Borgogna, la Toscana e la Napa Valley potrebbero presto non essere più in grado di produrre i loro rinomati vini, mentre aree crescenti del territorio del nord Europa diventeranno adatte alla viticoltura.

 

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Per i critici, oltre a presentare alcuni difetti metodologici, lo studio ha un approccio troppo semplicistico alla questione. Il clima è un sistema complesso, non sappiamo esattamente come il cambiamento colpirà del diverse regioni del mondo e con quali conseguenze per la coltivazione della vite e la produzione di vino. A cambiare potrebbe essere non solo e non tanto la quantità di vino prodotta, ma la sua qualità, come suggerisce uno studio pubblicato quest’anno su Agricultural and Forest Meteorology, a proposito del cava, uno spumante spagnolo il cui sapore potrebbe risentire dell’innalzamento delle temperature.

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Ne sanno qualcosa i viticoltori della Napa Valley in California, alle prese con i postumi degli incendi che hanno devastato tutta la regione. Il loro problema nell’immediato consiste nell’evitare che il sentore di fumo finisca nel bicchiere. E si trovano a dover affrettare la fine della vendemmia per non lasciare i grappoli ancora da raccogliere troppo esposti al fumo e alla cenere. Anche gli incendi sono una conseguenza del clima che cambia, come sanno bene i produttori di vino australiani, abituati ormai da anni ad arginare i danni fatti da stagioni di incendi che dall’inizio del secolo sono diventate più lunghe e “cattive”.

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Davvero nel giro di 30 anni dovremo dire addio a Chianti e Champagne e brinderemo a Capodanno con lo spumante inglese? Di sicuro paesi come Cina e Russia si stanno già dedicando da tempo alla viticoltura con un certo successo e se il climate change li favorirà si faranno trovare pronti al sorpasso dei produttori storici anche perché hanno una vasta clientela domestica potenziale a cui vendere il vino prodotto in casa. Ma anche alcune aree al nord degli Stati Uniti, per esempio in Michigan e in Montana, hanno una produzione in crescita grazie alla moltiplicazione delle aziende vinicole, che oggi in Michigan sono 132 e aumentano ogni anno.

 

 

 

( Fonte Panorama )

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