07
ago

Roberto Gatti
in: News

Il mio vino è il piu’ buono

Alcune considerazioni dell’Enologo Umberto Trombelli, per 25 anni collaboratore del grande Giacomo Tachis, padre del Sassicaia, del Turriga ecc., unanimemente considerato il n.1 in Italia ( e non solo ) negli ultimi 50 anni !

Non possiamo non condividerle, per questo le porto alla vostra attenzione, significando che le dovrebbero leggere attentamente anche ” i talebani ” del bio e del naturale, ci sono molti spunti di riflessione seria ed onesta !

Buona lettura

RG

 

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” Un “Signore del vino” che ci ha lasciato da poco tempo, usava dire : “Il vino per avere successo deve farsi bere!”. Circa 25 anni fa, in piena Rinascita culturale dopo lo scandalo al metanolo, andavano di moda vini bianchi e rossi opulenti, super strutturati: un vino rosso non era tale se non aveva almeno 34 grammi di estratto, super colorato, super saporito e super profumato; magari anche morbidone e passato su barriques sempre e solo nuove. Abbiamo quasi deforestato l’Europa per fare ciò! Il risultato era che il tal vino mieteva grandi successi ma, alla prova della tavola era talmente opulento che al primo bicchiere non ne seguivano altri e la bottiglia restava lì. Si guardava alla moda del momento, standardizzando gran parte della nostra produzione e perdendo di vista il valore dei nostri sapori, il saper bere vini delicati e unici. Non tutti in verità, nei Territori vocati e già affermati i Produttori hanno dibattuto, si sono divisi tra tradizionalisti e non, ma hanno continuato a sviluppare qualità e originalità!

Oggi molto è cambiato, ed in meglio! Si sta comprendendo finalmente che vendere vino con successo, emergendo dalle fasce di prezzo più basse, significa valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale, viticolo e enologico.

Selezionando le varietà di vite più adatte ad un Ambiente (autoctone e non), vinificando le uve secondo criteri di qualità e valorizzando i Territori con la loro Storia e loro Tradizioni, si può emergere nel mercato mondiale del vino. Non dimentichiamoci che il Nebbiolo e il Nerello un giorno lo potranno coltivare in Cina ma non potranno mai fare il Barolo, la Toscana, l’Amarone, l’Etna. Il Mondo ha sete di Italia, ci ammira e ci studia, basta dargli qualcosa di valido!

Quindi, se tutto questo è vero, se la qualità dei nostri vini dipende in massima parte dal Terroir, cosa c’entrano i vini fatti con pratiche enologiche ridotte a zero, cosa c’entrano le fermentazioni condotte alla “ Spera in Dio”, cosa c’entrano i fantomatici sapori di acetaldeide oltre misura o di acidità elevata ( volatile per intendersi), cosa significano i vini del contadino ( parola importante e nobile ma troppo spesso usata in senso dispregiativo), cosa c’entrano i lieviti indigeni, ma soprattutto dove sono i lieviti che danno terroir…Non ci sono lieviti nel vigneto tali e giusti per definire il terroir in un vino!

La diffusione della coltivazione biologica e biodinamica, ci ha portato a ripensare l’ Agricoltura, e la Viticoltura in particolare, rispettando maggiormente l’ambiente e cercando di salvaguardare il Mondo in cui viviamo. Hanno fatto talmente tanto presa che qualcuno ha pensato di adottarne alcuni concetti nelle cantine cercando di trasformare l’Arte di fare il vino in un’Arte “ Naturale”. Certo, le nuove idee portano con sé aspetti positivi, molti stimoli a ripensare, a rivedere e a migliorare ma fino a che punto? Tutto ciò può essere veramente costruttivo nel farci bene mentre beviamo un calice? Fino a che punto il ritorno a pratiche enoiche remote può farci riscoprire nuove frontiere? Se così fosse, si riuscirebbe a dare una nuova collocazione merceologica e una o più note di distinguo in un vino, renderlo diverso, unico? Siamo sicuri che la ricerca di sapori più marcati e più forti, quali quelli amati da molti appassionati oggi, in netto contrasto con equilibrio ed eleganza, siano la caratterizzazione di un prodotto alimentare? Come possono questi caratteri organolettici valorizzare un terroir! Una velata superficialità sta alla base di questa tendenza.

Sento tanto parlare Produttori e Consumatori nel decantare virtù a vini ancestrali, vini ottenuti con la macerazione dei raspi (motivando la scelta con il fatto che il raspo è parte integrante dell’uva e quindi necessario al vino… a parte il fatto che una pianta di vite non ha mai fatto vino ma chi di voi mangerebbe una marmellata di Susine, ciliegie o albicocche con il nocciolo?). Produttori che esaltano vini bianchi macerati sulle bucce per giorni e giorni, se non mesi, o vini rossi macerati per lungo tempo con esse; vini senza solfiti aggiunti e fatti fermentare con lieviti “ indigeni”. Ad essi vorrei dire che il gusto è il loro, e come tale va rispettato, lo possono ritenere il loro preferito ma non è questo il carattere che valorizza un terroir. Esso si valorizza rispettando i sapori dell’uva mentre queste tecniche portano a neutralizzare ciò che l’uva era. Tali metodi empirici sono stati abbandonati molto tempo fa perché inadatti. A chi li applica dico: “ Mangiate l’uva prima di vinificarla, assaporatela e cercate quelle sensazioni nel vino che avrete ottenuto: assaggiate vari “ Orange” prodotti in zone diverse e li troverete simili tra loro; fatelo con i vini macerati sui raspi e arriverete allo stesso risultato; bevete vini senza solfiti e non sentirete quasi nulla del gusto dell’uva che lo ha generato; bevete vini bianchi ottenuti per iperossidazione, li troverete di una longevità straordinaria, ottimi, ma non avranno più nulla del terroir; bevete vini fermentati con lieviti indigeni confrontandoli con vini fermentati con lieviti commerciali, usati come piede di fermentazione e non come pastone per i polli e non troverete differenze “da lievito”: nel primo caso troverete aromi estranei e forse anche negativi e, quasi sempre, i caratteri dell’uva nel secondo caso, se avrete operato bene.

Insomma, cerchiamo di avvicinarci con cautela e rispetto al vino e riscopriamo l’originalità nel buono e bevibile. Tutto il resto è considerazione personale, da tipica frase: “ Il mio vino è il più buono”

 

Umberto Trombelli-Enologo-

 

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