27
set

Roberto Gatti
in: News

Negroamaro: ecco perchè è tempo di passare alla Doc Salento

Una regola commerciale prescrive che quando un prodotto non riesce a sfondare sui mercati diventa obbligatorio interrogarsi sulle cause del mancato decollo, prima di toglierlo eventualmente dal circuito delle vendite.

 

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Una regola commerciale prescrive che quando un prodotto non riesce a sfondare sui mercati diventa obbligatorio interrogarsi sulle cause del mancato decollo, prima di toglierlo eventualmente dal circuito delle vendite. In un precedente articolo avevo esposto i motivi a sostegno dell’istituzione di una unica Doc (Denominazione di Origine Controllata ) per i vini dell’area salentina, aventi come base la varietà ‘negroamaro’, attualmente dispersi in numerose Doc ( Brindisi, Squinzano, Matino, Copertino, Salice Salentino ed altre ), che coprono altrettante microzone.

 

A distanza di alcuni decenni dalla creazione di tante unità, necessita ora fare un bilancio e verificare per ciascuna di esse quanti ettari a Doc sono registrati ed il numero di bottiglie commercializzate dalle stesse, domandandosi se la stentata affermazione di tali tipologie, raffrontata con il successo dei vini IGT- Salento (Indicazione Geografica Tipica ), dipenda dal cattivo funzionamento ed inefficienza dei rispettivi Consorzi di Tutela o da altro.

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Il problema non è solo nominalistico: la Doc non è un blasone, un inutile orpello, come qualcuno è indotto a credere, un titolo, cioè, di quelli che certi personaggi del passato si affannavano ad inseguire per premetterli al nome e cognome (Cavaliere, Grande Ufficiale, Commendatore).

 

No, il problema è di sostanza: mentre con la Igt è possibile imbottigliare e commercializzare in purezza o in miscela vini prodotti da varietà di uve, originarie da zone molto distanti, anche se prodotte in loco, con la Doc tale variabilità non è consentita, dovendosi attenere in tal caso alla vinificazione di uve, provenienti dalle varietà storicamente coltivate nelle zone di appartenenza, secondo rigidi disciplinari di produzione.

 

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Con riferimento alle ‘Tenute Rubino’, l’azienda vitivinicola brindisina più importante, la stessa produce e commercializza come Igt, ad esempio, un vino ottenuto dalla miscela di uve ‘chardonnay’, un vitigno questo originario della Borgogna (Francia ), ormai ubiquitario, con le uve ‘malvasia bianca’, nome del vitigno nostrano; lo stesso dicasi per il vino ottenuto in purezza dal ‘vermentino’, vitigno di origine della Sardegna, coltivato in azienda.

 

Con la Doc le deroghe non sono ammesse, dovendosi attenere per la produzione di tale tipologia di vino alle prescrizioni contenute nei disciplinari, che prevedono l’utilizzo delle varietà autoctone, nel caso della Doc Brindisi la mescolanza in diversa proporzione delle uve ‘negroamaro’, ‘malvasia nera’ e ‘susumaniello’.

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Quanto esposto per significare che mentre con i progressi della scienza e della tecnica è facile immaginare che prossimamente i vitigni più noti del Salento, ‘negroamaro’ e ‘primitivo’, potranno essere utilizzati in zone lontane, con caratteristiche pedoclimatiche analoghe, così come avviene nelle nostre realtà con la diffusione di vitigni estranei alle nostre consuetudini, soltanto la Doc preserva da tali contaminazioni, avendo il consumatore la certezza in tal caso di assaporare e gustare un vino ottenuto secondo metodi tradizionali da vitigni autoctoni, originari del luogo di produzione.

 

In verità, quando in passato si trattò di definire le circoscrizioni da destinare alla produzione di vini Doc nelle varie realtà del Salento, si pensò di imitare, forse inconsapevolmente, quanto avvenuto per i vini rossi più famosi d’ Italia, il ‘Brunello di Montalcino’ ed il ‘Barolo’, noti in tutto il mondo, nonostante siano coltivati in aree ristrette, il ‘Brunello di Montalcino’ in una zona della provincia di Siena a forma di quadrato con appena 15 km di lato.

 

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Senza considerare che tali vini avevano una storia secolare, il ‘Barolo’ era il vino preferito da Camillo Benso conte di Cavour, e che le alte quotazioni sui mercati internazionali, per il ‘Brunello di Montalcino oltre centinaia di euro a bottiglia per annate particolari, erano il frutto di collaudati e prolungati interventi di antica ascendenza nella filiera vitivinicola, in particolare nell’affinamento dei vini in cantina.

 

Per le Doc salentine, fresche di nomina, dopo la falsa nomea riservata al Mezzogiorno, considerato adatto a produrre solo vini senza personalità, buoni a correggere le qualità dei vini di altre regioni, affrontare il mercato globale in ordine sparso era azzardato con il rischio per il numero ridotto di bottiglie di vino Doc di disperdersi nella vastità degli spazi aperti.

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Tanto è puntualmente avvenuto nel Salento, nella logica delle spinte campanilistiche e municipalistiche, frequenti nel Sud, in base alle quali ogni realtà reclamava per sé una propria Doc, senza ponderare che tale logica, portata alle estreme conseguenze, avrebbe comportato la creazione di tante Doc quante sono le case vitivinicole salentine con situazioni pedologiche e tecniche di vinificazione differenti l’una dall’altra, senza riflettere che , oltre alla cornice, è il ‘brand’ a fare la differenza, è l’affidabilità e notorietà del marchio di fabbrica, che ogni casa con pazienza ed impegno costruisce nel tempo, a determinare il successo di un’impresa.

 

Se le ragioni esposte consigliano di istituire una unica Doc per i vini dell’area salentina, aventi per base il ‘negroamaro’, alcuni problemi sono da risolvere in ordine, oltre alla riscrittura del nuovo disciplinare di produzione, al nome da dare a tale tipologia di vino, includente le zone, già delimitate, delle attuali Doc.

 

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Le soluzioni sono due: riportare il nome del vitigno e dell’area di produzione, come felicemente è stato realizzato per la Doc Primitivo di Manduria, soluzione questa che non può applicarsi all’auspicabile unica Doc dell’area salentina, in quanto il ‘negroamaro’ non è il solo vitigno utilizzato nella vinificazione, oppure riferirsi alla vasta zona del Salento coltivata a vigneto con componente principale il ‘negroamaro’.

 

Se il tentativo di istituire una unica Doc Terra d’Otranto, con riferimento alla vecchia circoscrizione della provincia di Lecce, prima della creazione durante il fascismo delle province di Brindisi e Taranto, è miseramente fallito per la difficoltà oltretutto di lanciare un nuovo marchio sui mercati, più agevole dovrebbe essere il percorso della istituenda Doc Salento, sia per le sinergie che si andrebbero a sviluppare, sia perché tale nome circola ed è conosciuto ormai da tempo sui mercati di mezzo mondo a causa dei milioni di bottiglie Igt Salento, che annualmente vengono immesse con profitto sui mercati nazionali ed esteri.

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Nessun timore per i tifosi del proprio ‘terroir’ municipale: è sufficiente indicare in etichetta, come già praticato, a caratteri ben leggibili, oltre a vino Doc Salento, il luogo di produzione ed imbottigliamento di tale vino ed il problema viene risolto con buona pace dei fanatici del proprio campanile.

 

La notorietà del vino Chianti in Toscana ha fatto decollare economicamente tutto quell’ampio comprensorio per le interazioni tra il vino e altre peculiarità della zona, come il paesaggio, il turismo enogastronomico ed altre attrattive. Il Salento, bagnato dalle acque cristalline di due mari, ricco di tradizioni, folklore, specialità gastronomiche, paesaggio, monumenti di alto valore storico ed artistico, vocato alla produzione di vini eccellenti, non dovrebbe essere da meno, tutt’altro!

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A tal proposito non si può non condividere la riflessione dell’agronomo Sergio Botrugno, presidente della Coldiretti della provincia di Brindisi, quando ha affermato, in una recente mia intervista: “E’ giunto semmai il momento, nell’ottica di una sempre auspicabile semplificazione complessiva delle Doc salentine, di proporre un tavolo in cui i diversi produttori interessati, non sentendosi pienamente coinvolti nella Doc Terra d’Otranto, si esprimano propositivamente, perché no, rilanciando e rivalutando la loro identificabilità territoriale nell’ombrello della Doc Salento chiaramente rimarcando solo in seconda battuta le menzioni aggiuntive delle singole aree produttive esistenti (Brindisi, Squinzano, etc.).

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Un lavoro specifico sui disciplinari di produzione potrebbe contestualmente assumere uguale importanza nel rivedere la Igt Salento auspicando per esempio il riconoscimento ufficiale di vitigni minori oggi non rivendicabili ma ormai presenti enologicamente con tutta la propria distintività. Conseguenziale ed imprescindibile lo sviluppo di un marketing enogastronomico, legato alla realtà dei luoghi di produzione, favorendo l’interazione culturale tra i vari protagonisti con il coinvolgimento non solo dei produttori, ma dell’intero tessuto produttivo del Salento.

 

 ( Fonte Brindisi report )

 

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