
( Vigneti azienda Monteverro )
E’ a tutti ormai noto come si sia incanalata la questione dei diritti d’impianto. L’esito dell’ultimo incontro del Gruppo d’alto livello voluto dal commissario Ciolos per arrivare a una sintesi tra le posizioni della Commissione e gli Stati membri è stato definito soddisfacente da tutti. Niente liberalizzazione dal 2016 (2018), ma neppure il mantenimento del sistema vigente oggi, quello appunto dei diritti d’impianto/ reimpianto. Si passa a una sorta di soluzione di compromesso, che fa perno sul concetto di autorizzazioni. Che cosa sono le autorizzazioni e che differenza hanno rispetto ai diritti? A guardarle da lontano, nessuna. Resta fermo che il potenziale vinicolo di un determinato Paese non possa crescere indiscriminatamente: per piantare un nuovo vigneto, serve appunto procurarsi un’autorizzazione all’impianto. Che è gestita formalmente a livello statale, di concerto – sul territorio – con le amministrazioni locali, le organizzazioni interprofessionali e dei produttori. La differenza con il sistema dei diritti vigente è che mentre oggi il saldo del vigneto deve rimanere uguale (per ogni ettaro spiantato se ne può piantare un altro), con le autorizzazioni si può anche avere un saldo positivo, ovvero più vigneto. Non occorre insomma che l’ettaro nuovo sia “figlio” di un ettaro che muore. La percentuale di crescita (cosiddetta clausola di salvaguardia) deve essere ancora decisa, si sta ragionando sulle quote rispetto al totale a vigna dei vari Paesi. Capra e cavoli Questo – negli intenti della Commissione – dovrebbe consentire di salvare capra e cavoli: la capra sono il diritto di piantare e produrre per chi ha bisogno di (e soldi per) farlo, i cavoli sono il mantenimento della sorveglianza attiva sul potenziale, demandata appunto a livello locale, dove – così si pensa – si ha il polso della situazione. Fin qui, poco cambia. Chi ha vigna può dormire sonni tranquilli che non ci saranno corse all’impianto selvaggio. Ma la vera differenza sta nella natura di queste autorizzazioni. Che Il nuovo sistema su cui ci si è accordati dopo l’ultimo incontro del Gruppo d’alto livello trascura una parte importante della questione: i diritti oggi hanno valore patrimoniale non indifferente per molte aziende, su cui tra l’altro si basano le banche per stimarne la solidità e quindi dare la valutazione del merito creditizio. Il tutto rischia di diventare carta straccia. Come le quote latte www.enoforum.it Manchette 02_Layout 1 28/11/12 11.09
www.enoforum.it Manchette 02_Layout 1 28/11/12 11.09 intanto sono concesse gratuitamente dallo Stato membro, hanno un periodo di vita di tre anni, trascorsi i quali, se non si pianta, tornano alla riserva nazionale per essere concesse secondo graduatoria. Come sappiamo, invece, i diritti di reimpianto hanno una loro valenza economica: intanto perché sono oggetto di compravendita, mentre le autorizzazioni non lo saranno. Chi ottiene a titolo gratuito l’autorizzazione non può rivendersela e farci sopra profitto. Ma i diritti di reimpianto, incamerando una valenza patrimoniale – sia perché frutto di compravendita per l’acquisizione, sia perché incorporati naturalmente all’interno di un qualsiasi vigneto – sono qualcosa di intangibile fino a un certo punto. Di certo c’è che la stragrande maggioranza delle aziende che li hanno in dote li hanno contabilizzati in bilancio, come immobilizzazioni immateriali (un po’ come le quote latte). Carta straccia Ma quando domani entreranno in vigore le autorizzazioni, i diritti in portafoglio che fine faranno? La risposta è semplice: carta straccia. Di più, quel valore messo in attivo di bilancio sarà decurtato, per non dire azzerato, e ci rendiamo conto che per aziende con centinaia (quando non migliaia) di ettari la cosa potrebbe anche essere dolorosa. Per non menzionare il costo da sostenere per le perizie per la contabilizzazione di questa svalutazione del valore immateriale dei terreni. Un caso pratico, per chiarire la situazione. Oggi un’azienda con 10 ettari a Barolo ha, oltre al valore fondiario, un plusvalore datole dal fatto di avere vigneti con diritti di reimpianto iscritti all’Albo del Barolo.

( vigneto Cannubi- Poderi Einaudi )
Se decidesse di dismettere l’attività, potrebbe tenersi la terra e vendere i diritti a un’altra azienda (smobilizzando il valore immateriale messo a bilancio). Domani, con il sistema delle autorizzazioni, i 10 ettari a Barolo sono solo 10 ettari acquisiti al potenziale fotografato in una certa data, punto e fine. Ovvero, se l’azienda decidesse di cessare l’attività, per monetizzare non potrebbe più vendere diritti al reimpianto che sono stati cancellati, ma sarebbe costretta a vendere la terra con annesse le viti iscritte all’Albo. Insomma, le viti senza terra non portano più nessun “diritto” e quindi non possono essere più vendute su carta. Su questo, il sistema congegnato dalla Commissione si avvicina molto a ciò che succede in Francia oggi (sarà un caso?).

( vigneti zona Bordeaux )
La longa manus di Parigi Qui vige il principio sacro che è il vigneto a generare il diritto, il diritto di carta in sé non ha alcun valore monetario. Le differenze sono sui termini: il reimpianto è considerato filologicamente re-impianto, ovvero sostituzione di un impianto che esiste già e che sta producendo qualcosa di preciso in una zona precisa. Esistono diritti di re-impianto interni ed esterni. I primi sono esercitabili all’interno di una stessa azienda a seguito di estirpazione, e servono – dietro autorizzazione – ad aumentare non il totale della superficie, ma la quota di Aop/ Igp nel vigneto aziendale. Quelli esterni invece vanno acquisiti dalla riserva nazionale, dietro ottenimento gratuito o acquisto, ma anche in questo caso il vigneto deve essere esistente. Tutto molto bello. E il patrimonio? Siamo il Paese che esporta di più, ma le nostre bottiglie in giro per i cinque continenti sono tra le meno care in assoluto. Con l’Argentina già pronta a fare il sorpasso e una Spagna che non resterà a lungo cenerentola. La nostra crescita a valori è troppo lenta e l’equazione “tanto a poco” va riequilibrata. Altrimenti il giocattolo rischia seriamente di rompersi Prezzo medio vino confezionato 2011 ($/litro) Siamo il Paese che ha esportato di più nel 2011 e quello che vende le sue bottiglie in giro per il mondo a uno dei prezzi più bassi. A questo punto, la domanda è lecita: vendiamo tanto perché valiamo poco? È una delle chiavi di lettura plausibili delle tabelle che presentiamo in questo numero del giornale, da cui si evince che con 12 milioni di ettolitri l’Italia è il top exporter mondiale a volumi, ma lascia la prima piazza a valori a una inarrivabile Francia (6,4 miliardi di dollari), e scende al quinto posto quando si tratta di prezzo medio: 3,70 dollari al litro, dietro Nuova Zelanda, Francia, Usa e Australia, e incalzati da una dinamicissima Argentina, che ormai ci fa sentire il fiato sul collo. export di vino: maggiori paesi – 2011 .000 litri Var. % .000 $ Var. % $/litro Var. % Francia 995.500 5,3 6.381.396 21,4 6,41 15,3 Italia 1.231.569 8,3 4.557.978 16,6 3,70 7,7 spagna 736.496 14,6 1.796.317 19,8 2,44 4,5 australia 361.800 -15,7 1.542.865 -1,8 4,26 16,4 cile 466.884 3,1 1.470.194 10,8 3,15 7,5 Usa 208.467 14,8 986.851 25,1 4,73 9,0 nuova Zelanda 111.200 -1,4 763.199 9,7 6,86 11,3 argentina 216.164 -6,2 762.702 9,2 3,53 16,4 Come si vede, nessuna compravendita di diritti è ammessa tra privati, l’unica forma di acquisto prevista è quella della particella di terra con annesso trasferimento di diritti, tra l’altro all’interno di un’Aop/Igp. In Spagna, Portogallo e Germania – pur con diverse limitazioni – il sistema è simile a quello italiano, ma nessuno si è accorto di questa svalutazione clamorosa delle aziende. Sarà perché in Germania le grandi aziende sono cooperative senza vigneti, sarà perché in Spagna e Portogallo le grandi aziende si contano sulle dita di una mano. Può essere, ma la cosa è scappata. E tra l’altro non è di poco conto, visto che il merito creditizio delle aziende vinicole – equiparate alle stalle da latte in questo caso – viene fatto anche guardando ai diritti in portafoglio: quote latte e reimpianto vigneti. Per il latte i giochi sono già fatti, il sistema delle quote spirerà nel 2015 e le aziende sono terrorizzate dall’impatto che avrà sul patrimonio la perdita di questi diritti. I tempi per il nostro settore sono giusti per non doversi ritrovare fra qualche tempo a piangere sul diritto versato. Si ringrazia Federico Grigoli, dello Studio Pirola Pennuto Zei, per la preziosa collaborazione.
( Fonte Il Corriere Vinicolo )

















