CHIANTI – Valerie Lavigne, lenologa che Donatella Cinelli Colombini ha portato dallUniversit di Bordeaux nelle sue cantine del Casato Prime Donne a Montalcino e della Fattoria del Colle nel Sud del Chianti, ci spiega il suo concetto di fare vino di eccellenza. Qualcosa di opposto alla globalizzazione ma comunque capace di competere ai pi alti livelli qualitativi su uno scenario internazionale. Il suo ragionamento parte con un punto interrogativo che mette in dubbio il concetto stesso di vitigno internazionale. Per lesperta francese Le variet autoctone che producono un grande vino il Sangiovese del Brunello, per esempio – sono sempre coltivate al loro limite Nord. Cio sono coltivate dove pi difficile, raggiungere una completa maturazione. E in queste condizioni che lespressione dell uva la pi originale e la pi inimitabile. Allo stesso modo le variet internazionali come Merlot, Cabernet Sauvignon o Chardonnay, che crescono in Borgogna o a Bordeaux sono nel loro limite pi a Nord. Gli aromi di queste variet, in queste situazioni climatiche, sono unici e identificabili. Se coltivati in zone con climi pi caldi o pi secchi possono dare buoni vini ma non grandi vini perch la loro espressione aromatica perde il suo particolare carattere. In altre parole il concetto il Merlot uguale dappertutto per lei una pura illusione. Anzi solo sfidando la natura, in condizioni estreme, che si raggiunge leccellenza. Questo concetto, mette la vigna nel ruolo di protagonista assoluto, porta con s una domanda: qual la direzione da prendere? Penso che sia il momento di studiare blend fra variet autoctone, cio di produrre vini collegati a uno specifico territorio quindi con un sapore riconoscibile e inimitabile. Perch non immaginare la combinazione di colore, potenza, bassa acidit e forte tannino del Sagrantino con la maggiore delicatezza, maggiore acidit e meno colore del Sangiovese? E la qualit del tannino di ciascuna delle due uve che deve guidare il blend. Ma ci sono probabilmente altre strade per esplorare ed approfondire. Penso a unaltra variet dellarea centro italiana come il Colorino. Un punto di vista coraggioso, quello della studiosa francese che, nelle sue opinioni, rispecchia gli anni di ricerche sugli aromi del vino effettuate nella pi prestigiosa universit di enologia del mondo. Le sue capacit di studiosa e di assaggiatrice, hanno fatto scegliere Valrie dal Preside della Facolt di enologia di Bordeaux, Denis Dubordieu, per costituire, con Christophe Olivier, un gruppo di consulenti che seguono cantine del calibro di Chteaux dYquem, Margaux e Cheval Blanc. Valerie, non una donna qualunque, ma unesperta le cui opinioni contano nel mondo del vino. Identit a tutti i costi dunque, e salvaguardia dei caratteri distintivi delle uve di uno specifico territorio ottenuta anche attraverso un rapporto diverso con le botti Il legno non deve disturbare questa autenticit, deve rimanere un supporto, un elemento della complessit del vino. Allo stesso modo come il terreno vitato deve essere eco compatibile per produrre grandi vini. Nelle sue parole un deciso no a chi inquina giustificandosi con lintento di fare vini deccellenza. Nessun residuo di pesticidi non solo nei vini ma anche nella terra, nellacqua e nellaria. Una campagna pulita bella. I produttori di un territorio che difendono lambiente investono sul futuro economico, sociale e culturale dei loro figli. ( Fonte Diariodelweb )
L’enologa Valerie Lavigne, Donatella Cinelli Colombini e la cantiniera Barbara Magnani
DUE O PI VITIGNI AUTOCTONI USATI INSIEME
Lo afferma Valerie Lavigne, l’enologa francese delle fattorie di Donatella Cinelli Colombini
Ma ecco che entra in gioco il terroir cio limpronta, il segno distintivo del territorio avere un sapore riconoscibile che fa grande un vino, il sapore che la specifica espressione di una o pi variet di uva cresciuta in una determinata regione. Senza questa autentica impronta del terroir non ci pu essere diversit. La ricerca di qualit quindi, secondo me, indissolubilmente legata ai concetti di territorio, identit e quindi diversit.
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