Titolare della cantina Cataldi Madonna di Ofena (L’Aquila), che aveva ereditato dal padre e contribuito a rilanciare negli anni Novanta, era un produttore celebre per i suoi «vini concettuali». È mancato per un malore
«Per fare bisogna prima pensare, e senza un pensiero non si può fare un vino. Il pensiero, come l’arte, moltiplica la natura». Luigi Cataldi Madonna è mancato oggi, 8 dicembre 2025, a 69 anni, a causa di un malore. Il mondo del vino perde una voce autorevole: Cataldi Madonna, che aveva ereditato dal padre l’omonima cantina in Abruzzo, era stato docente di Storia della filosofia all’università dell’Aquila e aveva applicato la sua profonda cultura umanistica al lavoro nella tenuta. Amava infatti chiamare i suoi vini «concettuali», non perché fossero difficili o legati a particolari astrazioni, ma perché avevano dietro un’idea, una visione.
La sua era valorizzare il «forno d’Abruzzo», e cioè quel piccolo altopiano di 10 km quadrati in cui si trova Ofena, il paese in provincia dell’Aquila dove la sua famiglia ha sempre coltivato l’uva. Un’area particolarmente vocata grazie alle escursioni termiche dovute alla presenza del Calderone, l’unico ghiacciaio degli Appennini, capace di rinfrescare le giornate estive: «un forno con frigorifero annesso», diceva lui. Il risultato del suo impegno erano vini precisi, di carattere: dal Pecorino al Montepulciano, dal Cerasuolo al Trebbiano, le sue bottiglie erano sempre apprezzate dalle guide e dai clienti.
Poco più di un anno fa Luigi Cataldi Madonna aveva anche scritto un articolo su Cook per lanciare il libro scritto con la figlia Giulia Il vino è rosa (Topic editore), un’intelligente e colta disamina che dimostrava come il vino rosato non fosse affatto un cugino di serie B del rosso, e anzi fosse molto diffuso e anche rappresentato in quadri e nature morte. Solo che non c’era un nome per chiamarlo, dunque veniva erroneamente definito «rosso». Pubblichiamo qui un estratto dell’articolo, da rileggere per intero su questa pagina in omaggio al «professore».

Se esistono il bianco e il rosso, perché non il rosa? Dal nome, un dettaglio solo all’apparenza, abbiamo iniziato la nostra battaglia per ridare dignità al vino rosa. Crediamo non sia un prodotto secondario, ma un’alternativa di pari dignità rispetto ai più blasonati «cugini». Anche perché, a ben vedere, il vino rosa ha fatto da mattatore sulla scena enoica per secoli e secoli, anche se sotto le mentite spoglie del rosso e del bianco, proprio perché era privo di un nome proprio. Lo si legge nei documenti antichi che parlano di vinificazione: a partire dal Trecento, quando pare che si sia diffusa la vinificazione con le bucce, tutti dicono che, se si allungava la macerazione, il mosto prendeva il sapore del raspo, divenendo imbevibile. Le macerazioni dovevano quindi essere brevi (24/48 ore): ciò implica che non si potesse estrarre un colore intenso, caratteristica che si trovava quindi solo negli intrugli di scarsa qualità realizzati con le vinacce e bevuti dai più poveri. Una singolare alleata in questa ricerca è l’arte: analizzando le opere del passato che raffigurano calici di vino, si osserva che questi presentano sempre un colore molto scarico, più simile ai nostri rosa. Sarà solo nell’Ottocento, quando si impone la tecnica della diraspatura, che si potrà completare la fermentazione con le bucce ed estrarre tutto il colore desiderato. Ed ecco emergere il rosso moderno, da un’evoluzione della vinificazione in rosa.
( Fonte Corriere.it )





















