Gli interessi dellUe, e dellItalia in particolare, sono di non inseguire un processo
di «industrializzazione» delle produzioni, ma di valorizzare quelle specifi cità che hanno
permesso ai nostri vini di affermarsi nel mondo ▪ Il patrimonio più importante del
settore vitivinicolo europeo, e di quello italiano in particolare, è senza alcun dubbio costituito dalla reputazione che esso ha saputo costruirsi presso i consumatori, europei ed extraeuropei, in termini di qualità. Questa valutazione, solo apparentemente banale, deve essere lasse portante della riforma dellocm per il settore e non sembra che ciò stia avvenendo in misura adeguata. Certo, lingresso significativo sul mercato Ue di prodotti anche molto innovativi, ben accompagnati da opportune strategie di marketing, segnala una minore capacità di risposta a nuove fasce di consumatori da parte dei produttori europei, ma laumento delle esportazioni in valore dei prodotti Ue nel resto del mondo conferma anche una nostra leadership mondiale ancora indiscussa.
Alla vigilia della discussione di una profonda riforma, quindi, appare assolutamente necessario richiamare lattenzione soprattutto agli aspetti che possono determinare gli effetti più negativi, non tanto nel breve periodo quanto soprattutto nel medio e nel lungo periodo: è lì che si costruisce o si demolisce una reputazione e di
conseguenza la sua competitività. In questo senso, gli aspetti di maggiore rilevanza
sembrano essere soprattutto quelli relativi alla modifica delle norme relative alle tecniche di vinificazione, alletichettatura, nonché di quelle relative alluso
delle denominazioni e delle indicazioni geografiche. A proposito delle tecniche enologiche rischia di passare una linea di sviluppo del settore che, nel tempo,
può far perdere, anziché valorizzare, le specificità qualitative europee. Non si tratta certo di fermare un processo di innovazione che deve anzi proseguire, ma è necessario evitare i rischi di uno scadimento degli elementi di specificità e di qualità che oggi consentono la differenziazione del prodotto italiano ed europeo rispetto
a quello di importazione. Non bisogna cioè inseguire un processo di industrializzazione delle produzioni e di omogeneizzazione delle tecniche produttive, che
avvantaggerebbero, in senso relativo, le produzioni extraeuropee, rendendo i prodotti Ue più simili agli altri. In questo senso appare assolutamente da rifiutare la proposta di far passare alla sola Commissione la responsabilità circa le scelte relative alle tecnologie di vinificazione ammissibili. Tali scelte, infatti, non sono neutrali né rispetto agli interessi dei produttori, né rispetto a quelli dei consumatori, né a quello dei Paesi,
come si potrebbe credere (o si vorrebbe forse far credere). Né il riferimento allOiv di per sé può essere un elemento sufficiente di garanzia: basti ricordare che in quella sede
lEuropa, che costituisce la maggioranza della produzione mondiale, non rappresenta la maggioranza dei voti. Si corre così il rischio di allineare lEuropa alle norme degli
altri Paesi extra Ue, con un aggiustamento «al ribasso» che ci porterebbe ad aumentare la concorrenza sui prodotti di fascia di prezzo inferiore e a perdere i vantaggi
su quelli di fascia superiore. Lindicazione del nome del vitigno in etichetta anche per i vini comuni da tavola, che appare come una norma apparentemente neutra, rischia di generare molta confusione presso i consumatori e di falsare la concorrenza tra produttori e Paesi, facendo percepire tali prodotti come simili a quelli di qualità, mentre essi in realtà sarebbero privi delle garanzie e dei controlli previsti dalle norme per i vini con indicazione geografica. Lutilizzo in un vino da tavola di un nome di vitigno
famoso in un dato territorio, ad esempio, potrebbe portare il consumatore a pensare che anche il vino da tavola ottenuto in un altro territorio con lo stesso vitigno possa avere caratteristiche qualitative in realtà assenti. La proposta di chiarire meglio e uniformare la definizione di vini di qualità a livello europeo è invece apprezzabile, a patto che si garantisca, anzitutto, un meccanismo semplice e tempestivo per il riconoscimento
della attuali doc e docg alle nuove norme. Inoltre sarebbe altrettanto necessario assicurare, da un lato la possibilità di controllare le quantità prodotte e
la qualità di questi vini nei territori di riferimento, anche in assenza di diritti di impianto, e dallaltro lobbligatorietà dellimbottigliamento in loco, sia pure
con la possibilità di una fase transitoria di alcuni anni per favorire ladeguamento. Se i prodotti di qualità non sono confezionati nei territori dorigine, infatti, i controlli
diventano quasi impossibili e le frodi troppo semplici. Quindi «le regole del gioco» della nuova ocm non sono neutrali: è necessario che esse siano migliorate con attenzione e non peggiorate se si vogliono fare emergere i «giocatori» migliori.
( Fonte L Informatore Agrario )

















