Si svolta a Torino alla fine di Ottobre la sesta edizione de Il Salone del Vino, la manifestazione nata con grandi ambizioni, purtroppo drammaticamente deluse.
Come ogni fiera che si rispetti i convegni e i simposi si susseguivano a ritmo intenso cos come i comunic ati ufficiali che dissertavano un po’ di tutto.
Mi corre l’obbligo di segnalare due perle uscite dal dotto dibattere dei responsabili del Salone e dei loro illustri ospiti.
La prima perla stata colta in un comunicato nel quale, commentando i risultati di una indagine di Coldiretti, il Salone di Torino faceva sapere agli addetti quanto segue:
Dunque in vista una possibile rivoluzione nello stile di consumo del vino in Italia? Ce ne sono tutti i segnali e il fenomeno potrebbe essere accelerato dai previsti rincari dei prezzi all’origine del vino dopo la vendemmia scarsa di quest’anno. Molti indici parlano infatti di un possibile rincaro nell’ordine del 7-10% dei prezzi all’origine, che nel 2006 sono stati cos fotografati: per i vini Doc 3,7 euro, per vini da tavola 1,6 euro, per gli sfusi 1,3 euro, per gli spumanti 6 euro. Si tratta ovviamente di prezzi medi. Ma la dinamica del mercato a causa della ridotta capacit di acquisto degli italiani potrebbe ve dere nuove tendenze affacciarsi, come il ritorno al “vino del contadino”, che stato il pi penalizzato nel corso degli ultimi cinque anni.
Per fortuna la sciagura di un “ritorno al vino del contadino” fa parte della pura fantascienza. Il vino del contadino non lo fanno e non lo bevono pi nemmeno i contadini. Parlarne ancora nel 2007 significa non aver capito nulla di come si evoluto questo mondo negli ultimi venti anni.
La seconda perla ci porta invece nel campo dell’alta finanza.
Il Salone di Torino ha scomodato fior di esperti per il convegno inaugurale il cui tema stato “Vino & Finanza, gli strumenti per crescere”.
Il dibattito, messo in piedi con la collaborazione de Il Sole 24 Ore, il pi diffuso e autorevole quotidiano economico italiano, aveva tra i vari obiettivi anche quello di dimostrare che per crescere e innovare le aziende italiane devono pensare a quotarsi in Borsa. Questa, secondo i relatori del convegno, la st rada che le cantine italiane devono prendere per vincere la sfida del mercato globale.
Un fiume di parole stato speso nel tentativo davvero patetico di dimostrare che la quotazione in Borsa strada praticabile e consigliabile per le aziende vitivinicole. Peccato che gli stessi relatori, con in testa la signora Anna Clauser di Borsa Italiana S.p.A., hanno dovuto ammettere che in Italia non sono pi di nove le aziende che avrebbero la possibilit di quotarsi e che tutte loro per farlo dovrebbero accettare di separare la propriet fondiaria (cio le vigne) dalla gestione dell’impresa e quindi quotare in Borsa solo quello che resta, come se nel mondo del vino fosse davvero possibile separare strutturalmente la vigna dalle attivit di cantina e di commercializzazione.
Come si dice: missione impossibile. Lo dimostra il fatto che le aziende quotate in Borsa in tutto il mondo si contano con poche dita di una mano.
Il problema delle dimensioni aziendali, della capitalizza zione e dello sviluppo delle aziende vitivinicole non si pu affrontare con il sogno della quotazione in Borsa. Di sogno si tratta e con i sogni non si va da nessuna parte. Il problema molto serio e le soluzioni vanno trovate con strumenti seriamente proponibili.
Intanto, per fare una cosa seria, varrebbe forse la pena di capire se conviene davvero all’industria vitivinicola tenere ancora in vita il Salone del Vino di Torino.