Metalli nei vini: c’è da preoccuparsi?

 


 


 MA I PRODOTTI ITALIANI SONO SICURI


Molte bottiglie contengono metalli oltre il consentito: le etichette dovrebbero specificarlo


Concediamoci un po’ di campanilismo. I vini italiani sono fra i migliori del mondo. Non solo perché sono buoni, ma anche perché non contengono ioni metallici che potrebbero far male alla salute: lo dimostra una ricerca apparsa su Chemistry Central Journal, condotta su vini di 16 diversi Paesi da Declan Naughton della Kingston University di Londra.


 


METALLI Naughton, per stabilire la «tossicità» dei vari vini, ha utilizzato il Target Hazard Quotient (THQ), utilizzato anche dall’Environmental Protection Agency statunitense per stimare i rischi per la salute correlati all’esposizione ad inquinanti ambientali. In questo caso il quoziente (che misura il rapporto fra la concentrazione di una determinata sostanza nel prodotto e la soglia considerata sicura) è stato impiegato per valutare il contenuto di metalli in vini provenienti da 16 Paesi europei e non. Un valore del THQ inferiore a uno indica che non c’è rischio per la salute, valori superiori indicano un rischio man mano crescente. Il quoziente ha qualche limite, certo: «Elimina l’eventualità di sottostimare un rischio per la salute, però non considera elementi importanti come l’interazione con l’alcol o gli effetti su specifiche popolazioni, come gli anziani o i giovani, o quelli dovuti alle modalità di assunzione (come il binge drinking, l’abitudine di molti di bere tanto in poco tempo)|», dice Naughton.


 


VINI ITALIANI Gran parte dei vini registra un THQ superiore a uno, e quindi «non è in regola» per il contenuto di ioni metallici (sette gli ioni analizzati: vanadio, cromo, manganese, nichel, rame, zinco e piombo). Quasi tutti si attestano fra 50 e 200, con i vini ungheresi o slovacchi che arrivano addirittura a 300; anche i vini francesi, spagnoli e portoghesi registrano alti contenuti di metalli; «sicuri» solo i vini argentini, brasiliani e italiani, i soli ad avere un THQ pari a uno e quindi livelli certamente non pericolosi di metalli. «In molti vini abbiamo riscontrato valori preoccupanti, senza differenze sostanziali fra i rossi e i bianchi», riferisce Naughton. «Un eccesso di metalli nella dieta viene associato a patologie come la malattia di Parkinson; inoltre, i metalli aumentano la probabilità di danno ossidativo, componente chiave delle malattie infiammatorie croniche e probabilmente di molte forme di tumore». I dati sembrano mettere in discussione le proverbiali (benché discusse) proprietà salutari del vino rosso: se ci sono dentro un bel po’ di ioni ossidanti, berlo per le presunte caratteristiche antiossidanti sembra un controsenso. «I livelli di metalli dovrebbero essere segnalati nelle etichette», conclude Naughton.


 


NESSUN RISCHIO Secondo Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, questi dati sono da prendere con le pinze: «Intanto bisogna distinguere i metalli di cui stiamo parlando: un conto è se nel vino c’è del ferro, fatto che potrebbe pure essere auspicabile, tutt’altro è se ci troviamo alluminio e piombo». In effetti, spulciando i dati degli inglesi si scopre che i metalli più spesso presenti nei vini sono il vanadio (di cui abbondano i prodotti ungheresi e slovacchi) e il rame (nei vini spagnoli e giordani); a seguire il manganese, lo zinco e il nichel. Il piombo si trova in minori quantità, soprattutto in vini austriaci e greci. Niente metalli nei prodotti italiani, ma Ghiselli sottolinea: «È tutta questione di proporzioni. Il vino fa molto peggio del metallo che possiamo trovarci dentro: l’etanolo è in concentrazione millimolare, i metalli (ma anche le eventuali sostanze «benefiche») si trovano in concentrazioni micromolari, ovvero mille volte più basse. L’effetto che prevale, sempre, è quello dell’alcol e di quello dobbiamo preoccuparci. Voler eliminare i metalli dal vino per paura dei loro effetti dannosi è come sciacquare l’amanita falloide, un fungo velenosissimo, prima di mangiarla» conclude Ghiselli.


 


( Fonte Il Corriere della Sera )