
Dopo questa storia forse vi sarà più facile sbarazzarvi di tutti quei luoghi comuni che tendono sempre a dipingere la realtà non come sia effettivamente, ma come vorremmo che fosse per evitarci la fatica di dover tutte le volte analizzare i fatti per dargli una precisa ed appropriata connotazione culturale. La cosa più facile che ci viene in mente è che in Alto Adige o Sud Tirolo tutto sia sempre perfetto, efficiente, puntuale, logico, razionale e ragionevole; in Campania, invece, tutto è al contrario, caotico, irrazionale ed irragionevole. Precisi gli altoatesini, pasticcioni i campani. Prima di partire, però, abbiamo bisogno di un’altra premessa. Ricordate la questione dei genitori di quell’unico figlio che passava da un genitore all’altro a seconda dall’esito dei suoi studi? Mio figlio è bravo in matematica, prende sempre 8; tuo figlio è asino in Storia, ha preso 4. E vedremo come si usano normalmente questi preliminari.
Allora sentite questa storiella. Siamo a Salorno e nel centro del paese c’è un bellissimo clos; sì, alla francese, un vigneto cintato da un muro e da decenni gestito dalla famiglia Masetti. Ma, ripeto, siamo proprio nel centro del paese, tra la farmacia, l’ufficio postale e la chiesa. Si tratta di un vigneto centenario di Lagrein, allevato a pargola atesina; i tronchi delle viti hanno diametri quasi di 20 centimetri, sono uno spettacolo. Qualche anno fa un solerte funzionario sudtirolese si reca per un’ispezione nel vigneto dell’altoatesino di Salorno e vedendo questo vecchio e inefficiente vigneto gli dice: «Non vedi che questo vecchio vigneto è inefficiente, non produce più niente? Pianta invece del pinot grigio, più fitto, a cordone speronato. Produrrai tanta uva e così guadagnerai di più cedendola alla cooperativa e la legna dei tronchi la brucerai nel camino di casa e così risparmierai altri soldi». Il bravo viticoltore altoatesino non riesce a ribattere nulla al burocrate sudtirolese, ne è intimorito e nel giro di due anni taglia un terzo del vigneto e pianta il pinot grigio.

Ma per fortuna qualcuno si accorge dello scempio che è stato fatto e impedisce che l’antico vigneto scompaia del tutto. Da qualche mese a indirizzare la produzione della cantina di La Vis, che gestisce molte vigne e molti viticoltori anche in quella zona, è arrivato un napoletano; peggio! un avellinese, che si sta prendendo cura di questo antico vigneto e farà un vino specifico da questo ettaro di Lagrein dei primi del Novecento. Tutto è bene quel che finisce bene, ma di certo quel pezzo di vigneto nuovo potevamo risparmiarcelo e tenerci integro il vecchio vigneto.
Un caso? Un’eccezione? Manco per niente. È prassi, perché questo avellinese si chiama Vincenzo Ercolino; sì, proprio lui; l’inventore dei Feudi di San Gregorio è approdato a Lavis, nel cuore del Trentino vitivinicolo. Sta cercando di mettere ordine nella produzione di questa importantissima cantina sociale perché negli anni scorsi ha avuto qualche problema gestionale. E cosa fanno ai Feudi ora che non c’è più Ercolino?
Continuano a fare i bravi viticoltori avellinesi e nei vigneti di Taurasi allevano a “tennecchia” le vecchie viti di Aglianico, le studiano, le analizzano e con l’aiuto dell’Università di Milano fanno rivivere questi antichi ceppi, i Patriarchi, riproducendoli e piantandoli in nuovi ed efficienti vigneti; mantenendo inalterata la ricchezza genetica di quelle zone e producendo vini moderni e richiesti dal mercato internazionale. In alcuni mercati se racconti storie di conservazione del patrimonio genetico ti santificano. Questo fanno gli avellinesi. Che goduuuria!!! Devo raccontarlo subito al Trota. Chissà se la capisce.
( Fonte Seminario Veronelli )

















