Home Comunicati Stampa Parmigiano, pomodoro, vino: gli affari della mafia in Emilia

Parmigiano, pomodoro, vino: gli affari della mafia in Emilia

Nel 2014 un business da 15,4 miliardi su prodotti contraffatti. La denuncia nel Rapporto Agromafie

 

Le mafie fanno affari con i prodotti tipici dell’Emilia-Romagna. O meglio, con la contraffazione delle eccellenze agroalimentari della regione. Un business da 15,4 miliardi di euro nel 2014, in aumento del 10% rispetto all’anno prima. I principali prodotti nel mirino delle cosiddette agromafie sono il parmigiano reggiano, il pomodoro e il vino. A denunciarlo è il rapporto agromafie 2015, elaborato da Coldiretti, Eurispes, e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

 

Secondo il rapporto, sottolinea Coldiretti Emilia-Romagna in una nota, la categoria più contraffatta è quella dei formaggi dop, tra cui il parmigiano reggiano che si trova nel mirino di imitazioni come il parmesan o il parmesao, prodotti oltreoceano e non solo, ma anche di fantasiosi ‘cheese-kit’. Nel 2013, i nuclei anti-frodi dei carabinieri hanno segnalato prodotti contraffatti attraverso la vendita di kit ‘fai-da-te’ per produrre parmigiano reggiano e altri formaggi, al costo di un centinaio di sterline, diffuso in Nuova Zelanda, Australia e Canada, ma anche Regno Unito e Stati Uniti.

 

Per alcuni prodotti, spiega coldiretti, i kit per produrre falsi sono stati realizzati proprio in italia. E’ il caso dei ‘wine kit’ scoperti nell’agosto scorso a Reggio Emilia e commercializzati a livello internazionale, che consentivano di riprodurre 24 vini italiani dop e igp tra i più noti, tra cui anche vini dell’Emilia-Romagna. “Ancora più incredibile e inquietante”, afferma Coldiretti, è il mercato illegale del pomodoro, ortaggio di cui l’Emilia-Romagna è il maggior produttore in italia.

 

La commissione parlamentare d’inchiesta sulla contraffazione ha messo agli atti, nella scorsa legislatura, che in Italia “arrivano dalla cina milioni di tonnellate di pomodori” usati poi per fare “conserve e barattoli di pomodori riportanti il tricolore italiano” in vendita nei supermercati. “Ed è bene che si sappia- avverte Coldiretti- che questi pomodori cinesi sono coltivati e prodotti nei ‘laogai’, veri e propri campi di concentramento nei quali sono ammassati decine di migliaia di detenuti politici, dissidenti, piccoli criminali, soggetti ostili al regime, i quali sono costretti a lavorare fino a 18 ore al giorno”.

 

Insomma, denuncia Coldiretti, il settore agroalimentare è “sempre più penetrato e condizionato dal potere criminale, esercitato ormai in forme raffinate attraverso finanza, intrecci societari, conquista di marchi prestigiosi, condizionamento del mercato e orientamento delle attività di ricerca”. Secondo coldiretti, “non vi sono zone franche rispetto a tali fenomeni. I capitali accumulati sul territorio dagli agromafiosi attraverso le mille forme di sfruttamento e di illegalità hanno bisogno di sbocchi, devono essere messi a frutto e perciò raggiungono le città, in italia e all’estero, dove è più facile renderne anonima la presenza e dove possono confondersi infettando pezzi interi di buona economia”. Ad esempio, spiega Coldiretti, “vengono rilevati, attraverso prestanome e intermediari compiacenti, imprese, alberghi, pubblici esercizi, attività commerciali soprattutto nel settore della distribuzione della filiera agroalimentare, creando di fatto un circuito vizioso, dal produttore al consumatore”.

 

 

( Fonte Bologna Repubblica )