TORNA LA CANNAIOLA DI MARTA, IL VINO CANTATO DA DANTE

MARTA (VITERBO) – ”Ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia” (Purgatorio, canto XXIV): cosi’ Dante Alighieri, nella Divina Commedia, pone Martino IV, al secolo Simon de Brion, papa dal 1281 al 1285, ultimo pontefice eletto a Viterbo, in Purgatorio ad espiare la sua smisurata golosita’ per le anguille del lago di Bolsena che annegava nella Vernaccia affinche’ diventassero piu’ saporite.


 


La vulgata vuole addirittura che Martino IV sia morto a seguito di una solenne indigestione. Secondo gli studiosi, il vino cantato dal Sommo Poeta sarebbe stato estratto dal vitigno Cannaiolo Nero, la cui uva in grappoli venivano lasciati appassire per alcuni mesi prima di essere spremuti per estrarre appunto la vernaccia. Insomma, la vernaccia dantesca sarebbe stata la versione invernale della celebre cannaiola di Marta.


 


A distanza di otto secoli dai fatti narrati da Dante, due martani doc, i fratelli Antonio e Silvano Castelli hanno intrapreso un’avventura epica: riprodurre la cannaiola ‘vera’, quella cioe’ estratta dal Cannaiolo Nero autoctono, coltivato nelle zone collinare che secondo i vecchi contadini, che a loro volta lo hanno appreso dai loro padri e dai loro nonni, dicono essere le migliori: Macchie, Colombello, Vescovile. Ma i Castelli non si fermano qui: ”Per essere quella vera dicono la cannaiola deve anche essere spremuta, fatta fermentare, filtrata e conservata come Dio comanda. Ossia come facevano i nostri avi”. Hanno cosi’ intrapreso anni di ricerche e di studi per riproporre, sebbene ancora in dimensioni limitate, il superbo vino di Marta.


 


La cannaiola ha un colore rosso rubino intenso, profumo fruttato, il sapore dolce-corposo e una densita’ alta che ne costituisce la caratteristica tipica. Il suo tenore alcolico e’ compreso tra il 10 e l’11 percento. Si beve a fine pasto o fuori pasto con i dolci tipici del comprensorio del Lago di Bolsena: i tozzetti, le ciambelline, le crostate di frutta e ricotta, i formaggi e, grazie a una vera e propria ‘riscoperta’ culinaria, anche con il baccala’ alla martana. I vitigni del Cannaiolo Nero sono sorretti da canne e alcuni pensano che proprio da cio’ derivi il nome del vino. I tralci devono essere pochi e corti in modo da consentire una buona potatura, poiche’ per questa specie la qualita’ conta molto piu’ della quantita’. La lavorazione, considerare l’estrema delicatezza dell’uva, richiede continua attenzione. Per rendere il vino piu’ dolce e frizzante occorre filtrarlo varie volte e alla fine la Cannaiola acquista un aroma e un sapore impareggiabili.


 


Quando, circa 10 anni fa, Antonio e Silvano Castelli decisero di trasformarsi in pionieri del rilancnio della cannaiola di Marta furono guardati con un po’ di scetticismo misto a sarcasmo dai loro compaesani. L’opinione nei si e’ per0′ completamente ribaltata quando sono giunti i primi frutti del loro lavoro: 2.500 bottiglie di cannaiola ‘vera’ che in pochi giorni sono state acquistate da esperti e appassionati del genere.


 


”La Cannaiola spiegano i due – essendo di colore rosso rubino intenso, avendo delicati aromi di frutta ed essendo leggermente abboccata la si puo’ collocare tra i vini da dessert. Ma noi aggiungono – l’abbiamo provata con formaggi, ricotta e miele e, addirittura, con il coregone (tipico pesce del Lago di Bolsena) ai ferri, condito con finocchietto, alloro e olio extra vergine d’oliva della Tuscia. In tutti i casi abbiamo riscontrato un grande successo e una gioia infinita per il palato”. 


 


( Fonte Ansa )