Tre vigneron, tre individui che più diversi tra loro non si può: per distanza geografica, storia personale, tipologia di vini prodotti. E per la fama raggiunta. Eppure sono più simili di quanto si potrebbe pensare prima di incontrarli. Qualcosa li accomuna, una sorta di sana pazzia, un demone che li brucia dentro e li rende così diversi da quello che ormai è diventato il cliché del viticoltore. Il mondo del vino è come una pressa che tende ad appiattire e a far dire a tutti i produttori le stesse cose. Il marketing è diventato la legge suprema che, se la snobbi, ti schiaccia, allontanandoti dalle piazze più ricche e ambite.
Così, in un mercato fattosi globale, i vigneron si sono trasformati in globe-trotter. Strappati alle amate vigne sono diventati dei venditori che attraversano gli oceani per affrontare tournée massacranti che li portano a visitare decine di ristoranti ed enoteche in un giorno. I loro importatori, come gli agenti delle star dello show businness, li accompagnano per le strade di New York, San Francisco, Tokyo o Shangai con i loro campioni sottobraccio, da fare assaggiare al cliente di turno. Un sorso, uno sputo e via, di corsa verso lappuntamento successivo… Tirati per la giacca, spesso e volentieri sono così spaesati da non rendersi conto della città in cui si trovano, parcheggiati negli impersonali locali italiani allestero, luoghi incapaci di riprodurre un Paese complesso e variegato come il nostro.
Pare impossibile trovare qualcuno capace di sfuggire a queste regole massificanti, di uscire dal seminato, di volare come un angelo matto, per riprendere una celebre definizione di Luigi Veronelli. Il maestro, scomparso tre anni fa, in un viaggio a Ischia aveva osservato con grande attenzione i produttori dellisola, li aveva visti scavare il terreno, costruire i muretti e zappare, il tutto in un equilibrio maledettamente precario, visto che lavoravano su terrazze panoramiche a picco sul mare. Da qui nacque quella felicissima espressione, una delle sue magnifiche pennellate. Traslando il concetto in un mondo che per forza di cose è in continua trasformazione, abbiamo individuato tre figure che covano nel cuore una dolce forma di pazzia e proviamo a raccontarvele.
Francesco Valentini Il barone rampante
«Faccio il contadino per due motivi», ci racconta Francesco Valentini, «prima di tutto per coltivare la mia grande passione per la natura, in particolare per la vigna e lolivo. Quando sono nei campi ho lopportunità di stare a contatto diretto con il regno vegetale e con quello animale, di osservare lavvicendarsi delle stagioni e di studiarne le trasformazioni in atto. Poi, immerso in questa natura pulsante, ho la possibilità di stare il più lontano possibile dalla cosiddetta civiltà moderna e questo è il secondo motivo del mio essere vigneron». Questo è Francesco Valentini, un uomo di 46 anni, alto, aristocratico nei modi, ma contadino fino al midollo. La sua terra è lAbruzzo, dove ha saputo raccogliere la pesantissima eredità di uno dei personaggi più fulgidi dellintera enologia italiana, il papà Edoardo, mancato lo scorso anno. I suoi vini hanno raccolto un numero di premi inenarrabile e sono tra i più ricercati e difficili da reperire sul mercato. Perché? Qui scatta una certa dose di lucida follia: la domanda è altissima, ma il numero di bottiglie prodotte è infinitamente inferiore. «Il Montepulciano rosso lo abbiamo imbottigliato solo nel 2002; poi abbiamo saltato 2003, 2004 e 2005. Solo il 2006 ci è parso allaltezza», dice Francesco. Il nostro prodotto non subisce alcun trattamento, è uva che si trasforma in vino, senza aggiunta di sostanze chimiche se non una dose bassissima di anidride solforosa allinizio. Capita quindi che in un processo che ha del miracoloso qualcosa vada storto e che il vino non risponda alle nostre aspettative. A quel punto mi parrebbe di essere più pazzo nellimbottigliarlo piuttosto che nel venderlo sfuso». Questione di punti di vista, direbbe qualcuno. Di certo i Valentini possiedono 65 ettari vitati e invece di produrre 400 mila bottiglie lanno, come sarebbe normale, ne commercializzano al massimo 50 mila, e solo quando lannata è straordinaria. Un aneddoto che dipinge a meraviglia lo spirito del padre Edoardo e che si ritrova pienamente negli occhi profondi del figlio Francesco è quello risalente ai primi anni Settanta, quando la loro azienda esportava ancora il vino negli Stati Uniti. Qualcuno, un delatore, aveva informato le autorità americane sulle presunte simpatie anarchiche della famiglia abruzzese. Le forze dellordine obbligarono limportatore a scrivere una lettera a Edoardo, chiedendogli cortesemente di smentire quelle voci. Lui che fece? Semplice, smise di vendere le sue bottiglie negli States. «Fu una scelta giustissima», rincara la dose Francesco, «mica era un anarchico bombarolo, seguiva la natura e le sue regole, lontane mille miglia dalle astuzie della ragione, mosse spesso dagli interessi venali. Ideali troppo distanti da quelli degli americani, che non erano e non sono in grado di capirli e di condividerli. E poi sono i principali artefici delleffetto serra, non avendo aderito al trattato di Kyoto, e per uno come me non potrebbe esserci colpa più grave».
Walter De Batté Il visconte dimezzato
Walter De Batté è entrato nella mitologia di tutti noi scribacchini del vino. Il perché è semplice, lavora nelle Cinque Terre, una delle zone dItalia più ricche di fascino e che più inchiostro ha fatto scorrere. Il Nostro, pur essendo appena cinquantenne, è considerato il caposcuola del rinascimento enologico di questo estremo lembo di Liguria, un habitat unico nel suo genere, con le celebri terrazze costruite grazie allopera incessante di generazioni di contadini, che noi oggi chiamiamo eroi. Dopo una gioventù passata a lavorare come operaio nei cantieri spezzini, Walter decise di inseguire il sogno dei suoi avi e di fare vino, nonostante conoscesse le difficoltà di una sfida tanto improba, che comportava grandi sacrifici fisici e finanziari. Cominciò così a costruire il suo feudo che, dopo anni di impegno, raggiunse lincredibile estensione risibile per altri terroir di un ettaro di terreno diviso in 22 diverse parcelle. Il suo Sciacchetrà, poi, ha fin dal principio convinto la critica nazionale e internazionale, segnalandosi come uno dei vini dolci più singolari e ricchi di sfumature del nostro Paese. «Tutto cominciava a girare incredibilmente bene», dice Walter, «avevo i miei terreni, continuavo a sperimentare vinificazioni particolari, mettevo a dimora anche vitigni a bacca rossa, quando mi è piovuta addosso la piaga dei cinghiali. Con la loro opera di guastatori hanno dimezzato la superficie che coltivavo, tanto che mi sono dovuto rivolgere alle banche per sostenere gli investimenti per le recinzioni». La parola piaga in questo caso non è tirata in ballo a caso, perché questi animali, moltiplicatisi come cavallette grazie alle leggi di tutela in vigore nei parchi nazionali, compiono vere e proprie vendemmie, anticipando quella del vignaiolo, privato così dei suoi frutti. Il passaggio dei cinghiali è tanto rovinoso che per diverse annate ha impedito a De Batté di produrre il suo vino. E così quello che sembrava linizio di una favola, ovvero la dimostrazione che anche nelle Cinque Terre si può vivere unicamente di agricoltura, è andato a farsi benedire, con buona pace della pancia piena dei cinghiali. Ma Walter non si è abbattuto e ha deciso di spostare di poco il suo raggio dazione, da Riomaggiore è passato a Campiglia, dove si possono coltivare appezzamenti più ampi e più semplici da recintare. Qui, con due soci, ha intrapreso una nuova avventura, battezzata in modo evocati
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.