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Vitigni rari, risposta al vino omologato

Inaugurato il Centro per le rarità ampelografiche – Le prospettive


 A Saluzzo convegno sulle radici della viticoltura cuneese


 


«Ormai il consumatore è stufo di bere vini sempre uguali e i vitigni rari e meritevoli rappresentano il futuro della viticoltura europea, che si contrappone a quella omogenea e ripetitiva del Nuovo Mondo». Queste parole, che suonano di speranza per quanti nel Pinerolese e Saluzzese lottano per preservare l’originalità della viticoltura locale, sono state pronunciate giovedì scorso, a Saluzzo, al convegno “La viticoltura cuneese alla ricerca delle proprie radici: ipotesi di recupero di antiche varietà”.


 


Un convegno organizzato in occasione dell’inaugurazione del Centro per le rarità ampelografiche cuneesi, intitolato a Giuseppe di Rovasenda, grande studioso dei vitigni italiani e autore del “Saggio di un’ampelografia universale”, edito nel 1877, dove furono catalogati e descritti 3.350 vitigni. Un testo considerato una pietra miliare dell’ampelografia italiana, ovvero della disciplica che studia, indentifica e classifica le varietà dei vitigni attraverso schede che descrivono le caratteritiche dei vari organi della pianta nel corso delle successive fasi di crescita. Il Centro, voluto da Comune di Saluzzo, Regione Piemonte, Provincia di Cuneo, Distretto dei vini Langhe, Roero e Monferrato, Fondazione Cassa di risparmio di Saluzzo, ha la sua sede in alcuni locali della fortezza della Castiglia, attualmente in fase di recupero.


 


«Il Centro vuole diventare il punto di riferimento per la difesa della biodiversità nel settore viticolo – ha spiegato l’assessore saluzzese Michele Fino -. Lo abbiamo realizzato a Saluzzo perché proprio ai margini dei territori patria dei grandi vitigni autoctoni e celebrati come il Nebbiolo esiste un grande patrimonio di nicchia che merita di essere preservato e valorizzato».


 


L’analisi dell’attuale situazione vitivinicola e delle tendenze del mercato è stata pronunciata invece da un grande esperto come Mario Fregoni, ordinario di Viticoltura all’Università cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Fregoni ha esortato i produttori locali a non cadere nella tentazione di migliorare la riuscita del proprio vino introducendo nei propri filari i vitigni internazionali: «Queste uve, introdotte anche in piccole percentuali, pur garantendo buoni risultati di fatto modificano le qualità organolettiche del vino e portano inevitabilmente a un’omologazione del gusto».


 


In conclusione, secondo Fregoni «così facendo stiamo distruggendo la nostra identità varietale, mentre l’unico modo per battere la concorrenza internazionale, che propone buoni vini omologati a prezzi irrisori, è differrenziarsi anziché imitarli come stiamo facendo». Il professore ha poi criticato la proposta della Commissione europea di estirpare 400.000 ettari di vigneti: «I primi a scomparire, in mancanza di un adeguato sostegno di marketing, saranno proprio i vitigni delle aree marginali, ovvero quelli rari».


 


È poi intervenuta Anna Schneider, figura notissima ai viticoltori locali, esperta dell’Istituto di virologia vegetale del Cnr, unità di Grugliasco. Ha parlato dei vitigni minori o rari, che nell’Italia Occidentale sono circa 350, di cui una quarantina presenti in provincia di Cuneo, purtroppo molti meno di quanti ne segnalò Rovesanda nel suo saggio. La Schneider ha poi indicato alcuni di questi vitigni oggetto di valorizzazione, tra cui il Pelaverga tipico della Val Bronda, il Quagliano e il denso e corposo Chatus, molto diffuso nella fascia pedemontana da Cuneo a Pinerolo, dove è conosciuto con diverse denominazione (ad esempio Neiret nel Pinerolese).


 


( Fonte Ecodelchisone )