Undici generazioni, due guerre e 16 anni di esperimenti: così la Riedel scoprì che la forma del calice può influenzare profumi e sapori

La forma influenza la sostanza, almeno nel bicchiere. Ne era convinto Claus Joseph Riedel, discendente di nona generazione della famiglia di vetrai austriaca, quando nel 1958 rivoluzionò profilo e sezione dei bicchieri da vino. Una storia ben più lunga, iniziata in Boemia (regione dell’attuale Repubblica Ceca) nel 1756, esattamente 270 anni fa, e oggi portata avanti da Georg e Maximilian Riedel, esponenti della decima e undicesima generazione di famiglia.
Componenti per lampadari, perle e gioielli in vetro la produzione in origine, una fabbrica a conduzione familiare. Alla morte di Franz Riedel, quinta generazione della famiglia, a prendere la direzione delle vetrerie fu il genero Josef, nonostante la proprietà fosse della moglie Marie Anna. Visionario e allo stesso tempo oculato, riuscì a espandere le attività al punto da essere chiamato ‘il Re del vetro dei Monti Iser’. A lui si deve, secondo lo storico del vetro Walter Spiegl, l’intuizione del vetro all’uranio, isolato dal chimico tedesco Klaproth nel 1789: due varietà di vetro, Annagelb con sfumature gialle e Annagrün per quello giallo-verde, entrambe dedicati alla moglie.
Nel 1855 rimasto vedovo divenne unico erede e tre anni dopo la sua impresa contava otto vetrerie, miniere di carbone e due opifici tessili. Nel 1863, nonostante il disaccordo di molti, registrò la società con il nome ‘Josef Riedel’ e, solo dopo la sua morte, nel 1895 i figli depositarono il primo logo con il nome della famiglia.
La grande disponibilità economica ebbe una ricaduta sul territorio, definendo la regione come patria del vetro di lusso mentre Josef si prodigava nel favorire le nuove attività, finanziandole e aiutandole nel trovare canali di esportazione. Un bizzarro caso che il destino ripagherà decenni dopo, vede Josef prestare nel 1861 il capitale iniziale alla Gebrüder Feix dove iniziò la carriera il giovane Daniel Swarowski. Superata la crisi degli anni ‘70 del XIX secolo, Josef Riedel aveva intuito che il solo modo per continuare a crescere in un settore fortemente energivoro era l’energia a basso costo.
Le generazioni successive seguirono il corso segnato, vetro tecnico, lampade, perline da ricano, cristallo per lampadari e gioielli. Il nome Riedel aveva da tempo varcato i confini della Boemia, portando con sé il pregio della lavorazione, onorificenze e riconoscimenti brillavano come il vetro lucido trafitto dalla luce. Invenzioni e intuizioni seguivano la crescita, nel 1887 Wilhelm Riedel brevettò il processo per colorare meccanicamente, e non più con pittura a mano, i bordi smerlati.
La storia non è stata clemente con il ‘secolo breve’, due conflitti mondiali hanno sconvolto economie ed equilibri. Nella seconda guerra mondiale Claus Riedel venne arruolato nell’esercito tedesco combatté contro i partigiani toscani e liguri, mentre Walter rimase in Austria lavorando da colui che un tempo aveva imparato i rudimenti dell’arte vetraia dal bisnonno, Daniel Swarovski. Si era laureato in chimica a Innsbruck ed era stato impiegato dai tedeschi nella produzione di tubi a vuoto per apparecchi elettronici. Una collaborazione che nel ‘45 gli imputò la cattura e deportazione in Unione Sovietica.

Quando venne rilasciato, dieci anni dopo, riuscì a riunirsi alla famiglia e grazie all’aiuto di Swarovski nel 1957, insieme a Claus, riuscirono a riaprire la vetreria. La Riedel Glass Factory, nella cittadina tirolese di Kufstein. Lì dalla Grande Guerra si produceva vetro industriale, ma ben presto modificarono le lavorazioni concentrandosi su quello pregiato lavorato a mano. Nella sua vita di studio e di passione vetraia, Claus Joseph si era concentrato sulla funzionalità più che sull’estetica, allontanandosi dagli spessori che permettevano i ricchi e laboriosi intagli. Per ben sedici anni si era dedicato agli aspetti fisici del vino che si avvicina alla bocca, non smettendo mai di sperimentare configurazioni, profili e sezioni dei bicchieri (in particolare del bevante) abbinate a vini di diverse provenienze, annate e invecchiamenti. In ciascuna combinazione analizzava le percezioni olfattive e gustative in relazione alla forma del bicchiere che aveva ospitato il vino, conducendolo a naso e bocca.
A lui si deve, tra i primissimi, l’intuizione che il gusto del vino è influenzato dalla forma del bicchiere in cui viene degustato. Nel 1958 ideò il Burgundy Grand Cru pensato per Pinot Nero e Nebbiolo, Borgogna, Barbaresco e Nebbiolo, ricevendo la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Bruxelles. Tre anni dopo la presentazione della Crystal, linea completa di bicchieri pensati per diverse tipologie di vino, e nel ‘73 perfezionata nella Sommeliers Series, i primi bicchiere gourmet al mondo.
( Fonte Repubblica.it )
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datato 08 ottobre 2008, in quanto di strettissima attualità ed istruttivo !

Buona lettura
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