La pioniera del vino: “Ho vinto la battaglia contro i pregiudizi”

Borio tra le prime imprenditrici della viticoltura piemontese: “Quando presi campi i braccianti si dimisero perché ero donna”

 

 

Da bambina andavo a scuola a piedi, camminando tra le vigne di Costigliole d’Asti. Mi ricordo ancora, d’inverno, le mani che stringevano nelle tasche i sassi scaldati sulla stufa».

La storia di Mariuccia Borio, finalista per gli “Astigiani dell’anno”, può cominciare proprio da qui. Da una bambina che percorreva ogni giorno quelle colline senza sapere che sarebbero diventate il centro della sua vita e che avrebbe contribuito a farle conoscere molto lontano da Costigliole. Quest’anno quella bambina festeggia 56 vendemmie.

«Nel 1970, alla morte di mio padre, ho ereditato cinque ettari».

Non era ancora il Piemonte che conosciamo oggi. Il vino era soprattutto sfuso, venduto nelle damigiane e bevuto quotidianamente a tavola.

«Lavoravo a Torino nella bottiglieria di famiglia, poi scelsi di tornare e di scommettere sulla mia terra».

Quando Mariuccia tornò a Costigliole, i braccianti che lavoravano i vigneti, tutti uomini, se ne andarono perché non accettavano di essere comandati da una donna. «Ne ho assunti altri», sorride oggi.

Quando i vini piemontesi cominciarono ad affacciarsi sui mercati internazionali, partiva insieme ad altri produttori per raccontare la Barbera e un territorio ancora tutto da scoprire. «Si partecipava alle fiere, si facevano assaggiare le bottiglie. Bisognava bussare alle porte e spiegare non soltanto un vino, ma da dove arrivava».

In un mondo ancora fortemente maschile, Mariuccia scelse di andare avanti: «Ho sempre pensato soprattutto a lavorare, a far crescere l’azienda e a portare avanti le mie idee». È stata tra le prime socie dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino e per nove anni delegata del Piemonte.

Ha portato la stessa idea di responsabilità anche oltre il vino, sostenendo progetti di solidarietà e tutela ambientale, tra cui l’acquisto di cinquanta ettari di foresta amazzonica in Ecuador per sottrarli al disboscamento insieme all’amico costigliolese Padre Onore, missionario ed entomologo.

Da quei cinque ettari Cascina Castlèt è cresciuta fino agli oltre trenta vitati di oggi. Barbera prima di tutto, ma anche Moscato, Nebbiolo, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e l’Uvalino, un vitigno che occupa un posto particolare nella storia di Mariuccia. «Era quasi scomparso. Valeva la pena provare a salvarlo».

Ha investito in vigna e nella ricerca. In 56 vendemmie Mariuccia ha visto il vino passare dalla damigiana alla bottiglia e la Barbera conquistare uno spazio che negli anni Settanta sembrava difficile immaginare.

«Allora si lasciava la campagna perché c’era miseria. Negli anni siamo riusciti a dare un valore diverso a questi terreni. Il vino ha creato economia e ha contribuito a trasformare le nostre colline in un territorio riconosciuto per la sua eccellenza».

Oggi il vino affronta un’altra trasformazione: consumi in calo, mercati complessi e cambiamento climatico. Mariuccia la guarda dalla prospettiva di chi ne ha già attraversate molte: «I momenti difficili ci sono sempre stati. Quando ho cominciato, era molto più complicato di oggi. Le difficoltà fanno parte del lavoro».

( Fonte La Stampa )