Di Matteo Masciari direttore HACCP Villa Grandinetti
Quando ci avviciniamo al banco del pesce, la prima scelta la fanno gli occhi e l’olfatto: la lucentezza delle squame, l’odore di mare pulito, la rassicurazione del nostro pescivendolo di fiducia. C’è tuttavia un aspetto che sfugge completamente ai nostri sensi: la presenza di sostanze invisibili e inodore come mercurio, arsenico, piombo e cadmio. Sostanze che non alterano il sapore del cibo, ma che la ricerca scientifica monitora costantemente per tutelare la salute pubblica.

Un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale Scientific Reports ha riacceso i riflettori su questo tema, analizzando 250 esemplari tra cefali, sardine e sgombri. I risultati offrono uno spaccato interessante che ci aiuta a capire meglio come funziona il mondo della sicurezza alimentare e perché la diversificazione a tavola rimane la nostra migliore arma.
Specie diverse, impronte diverse
Ciò che emerge chiaramente dalla ricerca è che non esiste un “pesce sicuro” in assoluto e uno “contaminato” a prescindere. Ogni specie marina accumula i metalli in modo differente a causa delle sue abitudini di vita, dell’alimentazione, della taglia e dell’habitat in cui vive.
Dalle analisi di laboratorio è emerso un quadro variegato:
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Il cefalo, vivendo spesso a stretto contatto con i fondali e i sedimenti, tende ad accumulare maggiormente mercurio e arsenico.
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La sardina, un pesce azzurro di piccole dimensioni, ha mostrato valori più rilevanti per quanto riguarda il piombo.
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Lo sgombro ha registrato i livelli più alti di cadmio, pur rimanendo ampiamente entro le soglie di sicurezza.
Questo dimostra che il mare non presenta un conto unico, ma differente a seconda della specie. Tuttavia, rilevare la presenza di un metallo non significa automaticamente trovarsi di fronte a un pericolo immediato per la salute.
Tra rischio teorico e realtà: il fattore quantità
Per valutare se un alimento sia rischioso, la concentrazione di una sostanza è solo metà dell’equazione; l’altra metà è rappresenta da quanto ne mangiamo.
Nello studio sono stati ipotizzati due profili di consumatore. Per chi consuma pesce in quantità medie (circa due o tre porzioni alla settimana), l’esposizione ai metalli pesanti rimane pressoché innocua e priva di rischi significativi. Le criticità o i superamenti dei limiti di attenzione si presentano soltanto nei casi di “forti consumatori”, ossia chi consuma pesce quasi tutti i giorni in grandi quantità (oltre 1,4 kg a settimana).
È inoltre fondamentale fare chiarezza su alcuni dettagli tecnici che spesso rischiano di generare allarmi ingiustificati:
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La tipologia di arsenico: Nel pesce, oltre il 90% dell’arsenico presente è di tipo “organico”, ovvero una forma chimica che il nostro organismo espelle facilmente e che risulta sostanzialmente innocua rispetto all’arsenico inorganico.
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I controlli della filiera: I modelli matematici usati nelle ricerche scientifiche calcolano un’esposizione teorica sul lungo periodo. In Italia e nell’Unione Europea vigono tra i regolamenti più rigidi al mondo: i prodotti che superano i limiti di legge stabiliti dalle autorità sanitarie non possono entrare nel circuito commerciale.
Continuare a mangiare pesce, ma con intelligenza
La conclusione degli esperti e dei nutrizionisti non è assolutamente quella di eliminare il pesce dalla nostra dieta. Sarebbe un errore privarsi di un alimento prezioso, ricco di proteine ad alto valore biologico, vitamine e acidi grassi essenziali come gli Omega-3, fondamentali per la salute cardiovascolare.
La parola d’ordine è consapevolezza. Per godere di tutti i benefici del pesce riducendo al minimo ogni potenziale rischio, è sufficiente seguire poche e semplici regole quotidiane:
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Variare spesso le specie: Alternare pesce azzurro, pesci bianchi, molluschi e crostacei evita di accumulare costantemente lo stesso tipo di tracciante o metallo.
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Alternare le taglie: I pesci di grande taglia e longevi (come tonno e pesce spada) tendono ad accumulare più metilmercurio rispetto ai pesci di piccola taglia (come alici, sardine o sgombri).
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Prestare attenzione all’origine: Prediligere prodotti tracciati, provenienti da filiere controllate e da mari monitorati.
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