Vigne affacciate sul Baltico? Si trovano in Danimarca e sono tra le più a nord d’Europa

Fino a pochi anni fa erano un azzardo, oggi le aziende vinicole in Danimarca sono una sorprendente realtà. Seguite il nostro viaggio tra Fejø, Lolland e Møn

1 / 16 – Vino nordico: in Danimarca, tra mare e vigne

“Riconosce quest’albero? È una quercia da sughero”, sorride Karin Hvidtfeldt sfiorandone la corteccia rugosa. “Ce ne sono altre laggiù, nel vigneto. Le abbiamo portate da Maiorca in una valigia, quasi vent’anni fa”. Tutto intorno crescono olivi, allori, palme cinesi. Potrebbe essere un angolo di Mediterraneo, invece questa è Fejø, una piccola isola della Danimarca a circa 18 minuti di traghetto da Lolland.

Un idillio rurale di fattorie e tetti di paglia, dove i circa 450 abitanti sono surclassati dagli alberi da frutta, complice un clima sorprendentemente mite. “Una volta le persone prendevano la barca per venire ad ammirare le straordinarie fioriture primaverili. Siamo l’isola della frutta: meli, peri, susini”, continua Hvidtfeldt. All’interno di Hideaway Vingård, l’azienda agricola fondata da Karin Hvidtfeldt insieme al marito, crescono anche i fichi (oltre 70 varietà) e vitigni resistenti come Solaris, Rondo e Bolero. Nascono vini, serviti anche sulle tavole stellate del Paese, dai nomi ispirati alle oche, che scorrazzano tra i filari e che sono parte integrante della gestione naturale del vigneto.

La Danimarca che non ci si aspetta profuma di mosto. Fino a un paio di decenni fa, nessuno avrebbe cercato il vino a queste latitudini. La produzione commerciale è stata autorizzata nel Paese nel 2000; oggi la viticoltura danese vive una piccola rivoluzione, fatta di vendemmie a mano, interventi minimi ed etichette che parlano di territorio e possibilità.

Ma la ricchezza più grande, qui, è il rapporto con la terra. Poco distante da Hideaway Vingård, lungo la strada che porta verso il mare, Elsa Maria Giuseppina Bonera – origini italiane, spirito danese – ha trasformato un terreno incolto accanto alla chiesa del villaggio in una food forest. Fejø Økologiske Madskov è un ecosistema progettato secondo i principi della permacultura, dove convivono quasi 400 specie commestibili tra alberi, arbusti, rampicanti, erbe e radici. E dove la biodiversità si tocca, si annusa e si assaggia.

Durante le visite, Bonera invita a strofinare una foglia tra le dita, a riconoscere il profumo di una pianta, a scoprire il gusto di un fiore. “Abbiamo dimenticato un patrimonio immenso: nel mondo esistono almeno 20 mila specie vegetali commestibili, ma continuiamo a nutrirci quasi sempre delle stesse”, spiega la donna.

Da questa filosofia nasce anche il dialogo con gli chef, ai quali Bonera fornisce erbe spontanee, aromatiche, petali. Non si tratta soltanto di coltivare un giardino, ma di custodire un modo diverso di guardare il mondo.

Arte e cherry wine sull’isola di Lolland

La traversata in traghetto verso l’isola di Lolland è segnata dall’apparizione all’orizzonte di enormi sculture incastonate fra mare e paesaggio agricolo. Sono i Dodekalitten, 12 figure in granito, alte fra sette e nove metri, disposte in cerchio (nella foto sopra). Lo scultore Thomas Kadziola (Copenaghen, 1962) ha lavorato al progetto per anni; la dodicesima e ultima figura è stata inaugurata il 16 giugno 2026. A metà tra una Stonehenge contemporanea e i monoliti dell’isola di Pasqua, i Dodekalitten si inseriscono in un territorio punteggiato da tumuli e monumenti megalitici come Glentehøj, dove il paesaggio conserva memorie ancestrali.

Da qui la strada riprende a scorrere tra campi e foreste fino all’azienda Frederiksdal Kirsebærvin. Il titolare, Harald Krabbe, ha restituito un futuro alla Stevnsbær, una piccola ciliegia autoctona ricca di acidità e carattere, vinificata con la stessa attenzione riservata all’uva. Nulla a che vedere con il liquore di ciliegie. “Si tratta di due cose completamente diverse”, spiega Krabbe. “Nel liquore si prende il succo e si aggiungono alcol e zucchero. Il cherry wine è il risultato di una vera fermentazione, esattamente come per il vino d’uva”.

Racconta ancora Krabbe: “Nel 2006 conobbi quelli che sarebbero diventati i miei soci, lo chef e volto televisivo Jan Friis-Mikkelsen, il Gordon Ramsay danese, e Morten Brink-Iwersen, giornalista appassionato di vino. Scoprirono che avevo un frutteto di ciliegi. Furono loro ad avere l’intuizione di ricavarne del vino”. Erano gli anni in cui Claus Meyer e René Redzepi mettevano nero su bianco i principi della New Nordic Cuisine. L’idea era la stessa: prendere ciò che appartiene al territorio e renderlo straordinario.

Per capire come si costruisce un vino, Krabbe e i suoi soci partirono per un lungo viaggio: “Cominciammo dal Nord Italia, nelle terre del nebbiolo, poi attraversammo il sud della Francia assaggiando Syrah, Mourvèdre, Grenache, Cabernet e Merlot. Risalimmo quindi verso il Pinot Nero e il Riesling. Ci siamo letteralmente bevuti tutta l’Europa”, ride

. “Ogni volta che lo racconto mi vengono i brividi. Io ero un agricoltore, abituato a produrre grandi quantità di prodotti a basso costo. Improvvisamente mi trovai accanto a persone che parlavano di luce, esposizione, acqua, potature. Mi fecero capire che fare vino era una forma d’arte. Fu allora che pensai: voglio diventare un vignaiolo.”

L’isola di Møn e i vigneti che sfiorano il Baltico

L’arrivo sull’isola di Møn si tinge del bianco accecante di Møns Klint, le spettacolari falesie di gesso, oggi patrimonio Unesco, che si innalzano fino a 128 metri sulle acque turchesi del Baltico.

Da Kalum Winery, quel calcare diventa terroir. Hans Christian Ambjerg parla con il pragmatismo di chi ha trascorso 15 anni a fare vino in Côte d’Or, il cuore della Borgogna francese. Quando nel 2018 decise di tornare a casa, Ambjerg attraversò il Paese alla ricerca del luogo giusto, studiando suoli, esposizioni e pendenze. La rivelazione arrivò su questa collina affacciata sul Baltico: “Qui c’è tutto quello che un vignaiolo può desiderare. Molto sole, poca pioggia, terreno calcareo, esposizione ideale”, spiega Ambjerg.

Oggi i suoi vigneti arrivano quasi a sfiorare il Baltico. E il mare è molto più di uno sfondo: mitiga il clima e riflette la luce. “È il cosiddetto effetto albedo, come quando in barca ci si abbronza più facilmente: in vigna accade la stessa cosa. Abbiamo circa 2.000 ore di sole all’anno e il mare aumenta la quantità di luce disponibile. Per le viti fa una differenza enorme”.

Nella prima fase del progetto Ambjerg ha lavorato con vitigni resistenti, tra cui il Souvignier Gris. Dal 2023 la cantina ha imboccato una nuova strada: oggi i vigneti si estendono su 16 ettari piantati a Chardonnay, Pinot Noir e Pinot Meunier, le varietà classiche su cui Kalum punta per i futuri vini fermi e spumanti metodo classico. La prima vendemmia sotto il nuovo nome è stata quella del 2025 e i primi vini della nuova fase sono attesi nel 2027. A entusiasmare Ambjerg è la possibilità di riconoscere una firma comune del luogo: “Dopo alcuni anni iniziamo finalmente a riconoscere il terroir nei nostri vini. Anche quando provengono da vitigni diversi, hanno tutti lo stesso profumo di fondo. È una cosa estremamente affascinante”.

Alghe tra i filari

Il passaggio da Møn alla Selandia, l’isola più grande della Danimarca, è annunciato dalla grande arcata del ponte della Regina Alexandrine, sospeso sopra lo stretto di Ulvsund. Il mare si apre per un’ultima volta ai lati della strada prima di raggiungere Vesterhave Vingaard, una delle maggiori aziende vinicole biologiche danesi, nei pressi di Karrebæksminde.

Qui il Baltico entra letteralmente in vigna. Le alghe raccolte lungo la costa vengono essiccate e stese tra i filari, oppure sistemate sul fondo delle cassette che ospitano i grappoli durante l’appassimento, per continuare a cedere minerali preziosi. Passeggiando in vigna, il proprietario Jesper Rye indica due viti della stessa varietà e racconta gli esperimenti condotti sul campo: “Le foglie di quella coltivata con le alghe sono significativamente più scure. Più intenso è il colore, maggiore il contenuto di nutrienti e migliore la salute della pianta”. Per Rye gli esperimenti non finiscono mai: “Ogni scelta nasce da una domanda, ogni soluzione da una prova sul campo. Non abbiamo secoli di esperienza alle spalle, dobbiamo imparare tutto. E imparare significa sperimentare”.

Orti urbani e piatti di stagione

Merita una sosta anche la tenuta di Gisselfeld Kloster, un castello del XVI secolo dove, secondo la tradizione, Hans Christian Andersen avrebbe trovato l’ispirazione per Il brutto anatroccolo. All’interno della storica foresta sorge Camp Adventure, che ospita il più grande parco di percorsi sospesi della Danimarca.

L’esperienza può essere adrenalinica, tra zipline e ostacoli sospesi nel bosco, o contemplativa, al ritmo lento della passerella in legno che conduce alla Forest Tower, una torre panoramica a clessidra alta 45 metri. Si sale lentamente fino a superare le chiome degli alberi, in un viaggio verticale che permette di misurarsi con la grandezza della natura.

Dopo la quiete delle isole, passare al fermento della capitale è un viaggio nel viaggio. A Copenaghen il vino arriva sulla tavola, diventa narrazione, incontro, condivisione. Da Gaarden & Gaden, nel quartiere di Nørrebro, Thomas Spelling racconta il vino naturale attraverso una selezione di oltre 500 etichette.

“Quando ho aperto, undici anni fa, non c’erano molti vini danesi che avrei avuto voglia di servire, a parte quelli di alcuni amici produttori. Oggi è cambiato tutto, ci sono etichette davvero interessanti. Quelle che preferisco arrivano quasi sempre da aziende piccolissime, dove la vite convive con ortaggi, alberi da frutto e altre colture. Mi piace questa idea di azienda agricola completa in cui il vino è soltanto una parte dell’insieme. In fondo, credo che tutto abbia semplicemente a che fare con un certo modo di lavorare la terra. È il risultato di una filosofia più ampia, che riguarda l’agricoltura, il benessere, il rapporto con la natura”.

La natura, a volte, arriva anche in città. Gro Spiseri, a Østerbro, è uno di quei luoghi che bisogna andarsi a cercare. Si accede attraverso un cortile industriale, si aspettano i tempi lenti di un montacarichi o si sale per una scala a chiocciola. Sul tetto, verdure, fiori e aromatiche si distendono a perdita d’occhio. “È un posto che nasce non come un ristorante, ma come un orto urbano aperto alla comunità.

L’idea è quella di comunicare che cosa significa davvero mangiare secondo le stagioni”, spiega la restaurant manager Giulia Minetti. Gro Spiseri lavora con produttori biologici locali e ingredienti danesi e nordici, mentre dal tetto arrivano soprattutto erbe, fiori e miele. Non pretende di essere autosufficiente: l’orto rimane prima di tutto un luogo di produzione, educazione e comunità. Nella piccola serra, ogni sera, si cena tutti insieme intorno a un’unica lunga tavola. Dopo un viaggio come questo, la conversazione verrà da sé.