Ed i vignaioli non reagiscono

Poiché il mondo del vino non riesce a mettersi d’accordo neppure sull’esistenza o meno di una crisi del settore, adesso arriva il giudizio inappellabile dell’intelligenza artificiale: “Entro il 2040 il vino diventerà come il jazz: amato profondamente da una comunità di appassionati, rispettato universalmente, ma lontano dal mainstream”. Un prodotto di nicchia, dunque. A patto di preservarne l’identità, precisa Alberto Mattiacci, docente alla Sapienza di Roma.

Tradotto in italiano significa che buona parte dei vigneti andrebbero estirpati, rasi al suolo. Perché un prodotto di nicchia non ha bisogno di tutta la quantità prodotta in Italia. E se ci aggiungiamo l’identità, che deve essere percepita da un consumatore altospendente, vuol dire che dovranno sopravvivere solo alcuni grandi vini, dal Barolo al Brunello, dal Barbaresco al Sassicaia. Forse Taurasi e Cannonau. E poi Verdicchio e Vernaccia, Lugana e Timorasso, Collio e Greco. E ancora Franciacorta, Trento e Alta Langa.
Ma tutta l’infinità di altri vini che, dal Nord al Sud passando per le Isole, hanno reso piacevole i pranzi e le cene di italiani e stranieri? I vini che hanno favorito la socialità, che hanno celebrato amori e successi? Che hanno reso meno amari insuccessi e solitudini?

All’intelligenza artificiale non interessano. E bisogna capire se interessano ancora ai vigneron, ai produttori. Perché le assurde politiche dei prezzi, le insulse campagne di comunicazione sembrano indicare la volontà di chiudere tutto, di abbandonare il vino al proprio destino infausto. Qualcuno, forse, si illude che il proprio vino, senza carattere né qualità, possa trasformarsi miracolosamente in un vino di nicchia. Ma quello che faceva questi miracoli, partendo dall’acqua, è da tempo che non si vede..
( Fonte Electomagazine.it )




















