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Roghi di notte tra i filari: un rituale antico salva i vitigni dal gelo

Il freddo inatteso a primavera mette in crisi i viticoltori che nel nord Italia rispolverano un metodo dimenticato

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I roghi all’azienda vinicola Venica&Venica, Dolegna del Collio Gorizia

Sembra una festa, una grande festa notturna con mille fuochi che bruciano lungo i filari dei vini nobili. E sembra anche un’opera di land art, con l’architetto che decide di illuminare le colline, disegnarne i contorni piantando le torce nelle zolle asciutte. Una performance, una specie di rituale magico di mille anni fa, che fa pensare a quanto è bello vivere su questa terra. La gente condivide sui social queste immagini poetiche. Ma questa è una tragedia: “Qui abbiamo già perso il 40 per cento del raccolto. Siamo in zona di Prosecco Doc, siamo ad aprile e invece pare l’autunno. Tutto bruciato, tutto secco”. Luca Bellotto è assessore di un piccolo Comune in provincia di Treviso. Santa Lucia, pianura, piccoli produttori da 7-10 ettari l’uno. In queste notti di gelo sono stati tutti sulle loro terre, hanno acceso fuochi – “di legna vergine”, per lo più – per riscaldare i germogli delle viti, per non farle morire e non morire anche loro, cioè per non perdere un anno di lavoro, la vendemmia, soldi che servono a fare nuovi impianti, perché da queste parti il vino è una ricchezza che fa invidia.

 

Ma poi arriva la malora, la grandine, l’asciutto, la brina. “Quando ho capito che la primavera stava andando sottozero mi sono disperato”, dice Sandro Urban, agricoltore di 35 anni con azienda a San Fiol, provincia di Treviso. Le notti scorse “ho messo la sveglia alle quattro, sono andato nelle vigne, nel buio, ho messo la legna a cumuli ogni 15 metri e poi ho acceso”. Stava lì, con la pila e il termometro, “meno 0,5, meno 1…, potevo solo mettermi a piangere”, e del resto anche i suoi vicini stavano facendo la stessa cosa, piccoli fuochi nella notte “perché se brucia il grappolo appena formato, quello non si formerà mai più. Le foglie ricrescono dopo una brinata, il frutto no”. Bellotto, che è anche titolare di un sito di e-commerce che vende Prosecco in tutto il mondo, dice che “si è salvata la zona in alta collina, Conegliano e Valdobbiadene hanno sofferto meno. Ma a Susegana hanno dovuto accendere, come si faceva una volta. Queste sono zone che rendono 20mila euro all’ettaro, ma adesso…”.

 

Lo stesso problema che ha colpito la provincia di Udine. La gelata tra il 20 e il 21 ha bruciato 3mila ettari di Pinot grigio e Prosecco, a Faedis il sindaco Claudio Zani ha già dichiarato che la vendemmia è perduta, niente si è salvato, il Refosco per quest’anno è morto. Si è salvato quello che non è ancora cresciuto, come Cabernet e Merlot, vitigni tardivi, ma il resto è andato.

 

La stessa cosa è successa nelle zone del Collio, in provincia di Gorizia. Anche lì, a sorpresa, a fine aprile le temperature sono scese e scese, gli agricoltori hanno assistito all’agonia dei grappoli minuscoli, altri hanno pensato che una volta, lontana 40 anni, i vecchi avevano acceso dei fuochi di paglia tra i filari, e dei falò più grandi agli incroci delle vigne, per scaldare quello che stava gelando. E anche nell’Oltrepo pavese, nel Casteggiano, nei Comuni di Mormorolo, Montaldo Pavese, Borgo Priolo, Borgoratto, i contadini sono usciti di notte, a meno 4 gradi, ad accendere falò salvifici, così si spera. I sindaci hanno autorizzato i fuochi, la produzione di Croatina, già delicata di suo, è a rischio.

 

“Mi sono ricordato di mio nonno”, dice l’agronomo Urban, “per battere la brina l’unica erano i fuochi. Ho ripreso in mano i manuali dell’università, anche lì si diceva che in questi casi, con le correnti fredde e umide che poi ghiacciano, basta aumentare la temperatura di mezzo grado, e salvi un filare”. Così è andata, non solo in Italia perché il tempo pazzo che va sottozero in pieno aprile ha colpito anche la Francia. E la settimana scorsa altri contadini, quelli del prezioso Chablis, hanno acceso i loro fuochi nelle notti gelate. Un rito a cui non si vorrebbe mai dover far ricorso, come una volte si portava in processione la madonna, nelle Langhe e in Monferrato, per scongiurare la grandine di metà agosto, pregando con un ginocchio nella terra.

 

 

( Fonte Repubblica )