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CHI COLTIVERA’ LE NOSTRE VIGNE ?

Ricevo e volentieri pubblico queste considerazioni dell’Enologo e Produttore etneo Salvo Foti, dell’azienda I Vigneri, condividendole in toto !

Buona lettura

Salvo Foti con una vite centenaria

” Ho sempre avuto rispetto per gli anziani, per i loro racconti. Ho sempre creduto nelle loro parole, ricche di saggezza e sapienza. Ascoltavo mio bisnonno, mio nonno con attenzione per carpirne tutta l’esperienza possibile.

Guardavo i loro gesti, la loro manualità. Capaci di parlare, ragionare per ore senza per questo minimamente distrarsi dal loro lavoro. Gesti fatti migliaia di volte, ormai perfetti. Spiegati con empirismo, spesso con ingenuità, con fede. Gesti accompagnati da canzoni per aiutarsi, per tenere il ritmo. Se fosse possibile, gesti ormai facenti parte del loro DNA, da secoli. Ma è bastata una generazione, per interrompere questa continuità di gesti, di esperienza.

L’opportunità di un lavoro diverso, rispetto al duro lavoro di vignaiolo, ormai obsoleto e non più remunerativo, ha significato l’emigrazione per una generazione, figlia della terra, delle campagne, delle vigne. Drasticamente abbandonate. Con l’emigrazione è andata via, per non più tornare, gran parte della civiltà vitivinicola della nostra terra.

 

E’ iniziata così una nuova era, a due direzioni: quella della vecchia e secolare viticoltura, ad opera dei vecchi, sempre più esigua, ad ondate attaccata dalla modernità nelle sue forme peggiori e invadenti; e quella, più dilagante, della “moderna” viticoltura finalizzata quasi esclusivamente alla meccanizzazione e alla quantità. La nuova viticoltura, con tutti i mezzi possibili, non importa in quali luoghi e come (il territorio e la sua vocazione era solo un fatto marginale), è stata così forzatamente adattata ai due nuovi “parametri qualitativi moderni”: massima meccanizzazione e quantità.

Questo nuovo criterio produttivo è stato esteso velocemente ai vitigni, all’uso dei fertilizzanti, agli antiparassitari, con grande giovamento soprattutto per l’industria chimica. In pochissimo tempo si è spazzato via un modello di viticoltura, sicuramente in parte empirico e ovviamente da migliorare, considerandolo come un male, da eliminare definitivamente. Un bisogno di chiudere con il passato, di distruggerlo, in modo che non potesse più ritornare.

Anche nel modo di pensare e fare, il moderno agricoltore, ha assorbito pienamente questa nuova logica: è tutto e in poco tempo, tecnologicamente possibile! Si è così ripetuto ancora una volta un fatto spesso ricorrente nella storia dell’uomo: gli errori politici, sociali dell’umanità, in nome del progresso, si ripercuotono prepotentemente sulla sua civiltà, cultura, costruita in migliaia di anni, stravolgendola e stravolgendo, in poco tempo, l’ambiente in cui essa insiste.

 

Passata l’ondata, la piena, di questa nuova logica vitivinicola, da un decennio, si assiste ad una pressante esigenza di ritornare ai criteri di qualità e territorio della vecchia vitivinicoltura. In verità in alcuni casi anche in modo patetico, a tal punto da considerare le esperienze dell’ultimo mezzo secolo, solo un male, da rifiutare senza discussione, tuffandosi in modo deciso, e forse sconsiderato, nell’empirismo più totale.

Ma si sa l’uomo è avvezzo a passare da un opposto all’altro. Alcuni, con i lunghi tempi della natura, provano a ritessere una nuova tela, intrecciando i fili, ossia i concetti e le esperienze, delle due viticolture: quella della qualità e quella della quantità, con giusta e ovvia considerazione della meccanizzazione e del rispetto per il territorio. Solo oggi si sente la necessità di un sapere antico, di continuare quella esperienza vitivinicola secolare, di riconsiderare la vecchia vitivinicoltura dei nostri nonni, dei loro gesti, della loro operatività.

Oggi vogliamo sapere, capire e valutare con le nostre attuali conoscenze la tecnica empirica di questa antica sapienza vitivinicola. Ma ci accorgiamo che ci vengono a mancare questi uomini, questi viticoltoricustodi, pressoché estinti. Essi, anche se vivi, spesso, dediti ad una inattiva e penosa condizione di pensionati, rilegati, dalla nostra moderna società, all’inerzia totale nelle piazze dei tanti paesi agricoli: non più insegnanti, maestri sapienti dei giovani a cui trasmettere la loro antica esperienza.

Spesso, i vecchi non hanno più voglia e motivo di parlare e i giovani nessun interesse ad ascoltare. Noi, i viticoltori di oggi, siamo una generazione senza maestri diretti e dobbiamo tessere la tela della nostra esperienza e della nostra professionalità solo con i nostri pochi ricordi, e con la nostra ricerca tecnica e scientifica, che non può darci da sola tutte le risposte. Non è solo la continuità e l’esperienza che abbiamo quasi definitivamente perso, ma anche i viticoltori autoctoni che sono sempre meno, sempre più vecchi, e bisogna sforzarsi di formarne altri che sempre più non sono locali.

Da tempo ormai, è tra gli immigrati che si cerca di trovare quelli più adatti a fare questo lavoro. Questa, ovviamente non è una scelta, ma una pressante necessità. Non vi è altra soluzione, i figli spesso non fanno e non vogliono fare più il lavoro dei nonni, dei padri. I figli non hanno più chi insegna loro la cultura vitivinicola. Questa è ormai una nuova cultura, da imparare sui libri, e non da tramandare da padre in figlio. Non vi è più in maniera estesa, territoriale, tra una generazione e un’altra, continuità, trasferimento di informazioni, di simboli, di tecniche di civiltà vitivinicola.

Avremo sempre più l’esigenza di dare le nostre vigne, non ai nostri figli, ma ad altri uomini di diverse civiltà, costretti ad abbandonare la loro cultura (o disperazione) e a sforzarsi a diventare dei coltivatori di viti. Se è vero, come è vero, che dietro una bottiglia di vino oltre il territorio, il vitigno autoctono del territorio c’è anche e soprattutto l’Uomo, con la sua civiltà e cultura vitivinicola, l’uomo autoctono, dobbiamo chiederci: chi sarà domani a coltivare le nostre vigne? “

( La Montagna di Fuoco, Salvo Foti)

 

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