Home News Castelli Romani, vino maledetto. Milioni di bottiglie, poche eccellenze vere

Castelli Romani, vino maledetto. Milioni di bottiglie, poche eccellenze vere

Le difficoltà italiane dei produttori dei Castelli Romani

 

Vino divino con uvaggi locali, coltivati su terreni vulcanici e un prodotto che a Roma viene snobbato, ma che appena varca il confine del Raccordo Anulare fa impazzire il mondo.

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È la maledizione di Frascati, Marino e dei Castelli Romani in genere. Milioni di bottiglie di bianco e rosso vittime di una fama che in parte meritano e che finisce per trasformarsi in una nebbia che offusca i produttori di qualità. Il viaggio nel vino dei Castelli Romani alle prese con la difficile vendemmia 2017, parte dal presupposto che la zona di provenienza delle bottiglie sembra avere più importanza del sapore.

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“Nelle vere degustazioni alla cieca, quelle in cui non si sa la provenienza dei vini che si assaggeranno, il nostro prodotto piace molto, altrimenti ci sono preconcetti”. A parlare è Valerio di Mauro, che insieme al padre Armando gestisce l’azienda Colle Picchioni di Marino. Un pezzo di storia fondato negli anni ’70 da donna Paola di Mauro, oggi scomparsa e che è nelle mani della seconda e terza generazione.

 

 

Il vino dei Castelli Romani, a detta di molti, dovrebbe essere buono e a basso prezzo. A creare queste false aspettative è, secondo Di Mauro, la storia della zona: “Tutti ai Castelli avevano un garage o una cantina in cui producevano quello che chiamavano vino”. Il prodotto finale, però, pur arrivando ad avere un costo bassissimo per il consumatore, non poteva essere paragonato in termini di qualità ai vini delle cantine professionali.

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È così che un ottimo prodotto locale, apprezzatissimo nei ristoranti esteri, è finito per non avere quasi per nulla mercato in Italia. “Preferiamo più esportare che vendere a Roma, è stata una scelta”, spiega Di Mauro. Con 100mila bottiglie l’anno, l’azienda non ha una produzione numericamente elevata, ma l’alta qualità le ha permesso di affermarsi in Giappone e Stati Uniti, mercati interessanti perché attenti alla qualità. Nel Paese nipponico il “made in Italy” ha ancora un fortissimo appeal e in molti hanno reso il vino una vera e propria passione grazie ai corsi da sommelier. Diametralmente diversi, invece, i casi di Cina e Russia: “Lì o c’è il cliente che cerca un prodotto a prezzo molto basso, altrimenti c’è quello che vuole spendere tanto per una questione di status symbol”, spiega Di Mauro.

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Un altro grosso scoglio italiano è quello del pagamento: fino a 120 giorni di attesa per i produttori, che invece vendendo all’estero possono contare sul versamento anticipato del corrispettivo per le bottiglie vendute.

Il primo nemico, comunque, rimane il clima. La siccità dell’estate ha colpito duramente la produzione di viti nel Lazio, asciugando gli acini, che hanno sviluppato bucce più spesse. Alcuni viticoltori dovranno fare fronte a un calo di produzione che arriverà addirittura al 50% rispetto all’anno passato. Il vino è però un bene di lusso e nelle annate sfortunate dal punto di vista meteorologico sono i produttori a rimetterci, non i clienti ultimi, visto che gli incrementi di prezzo sul mercato rimangono minimi.

 

Legata all’azienda Colle Picchioni, comunque, c’è un’iniziativa che mira a valorizzare il territorio dove l’uva nasce e cresce. Fondata da tre soci tra cui Valerio Di Mauro, l’Officina Colle Picchioni organizza degustazioni e cene e nasce dall’idea di promuovere il patrimonio enogastronomico italiano con un’attenzione particolare per la Regione Lazio. Gli eventi sono sempre trasversali: buon cibo e buon vino vengono accompagnati dall’arte e da uno spirito familiare che fa sentire i soci dell’associazione come a casa propria.

 

 

( Fonte Affari Italiani )