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L’export della Sicilia sembra brillare ma in realtà sono più ombre che luci

Agroalimentare. Segni in controtendenza nel settore con 23mila nuovi contratti, ma nulla di cui realmente entusiasmarsi

 

PALERMO – Anche la Sicilia, nonostante i problemi che l’assillano, ha contribuito al record storico per il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani che nel 2013 ha raggiunto il massimo di sempre, arrivando a quota 33 miliardi di euro. Secondo i dati di Banca Nuova, nei primi sei mesi del 2013, in attesa di quelli definitivi, l’export siciliano ha raggiunto i 240 milioni di euro per i prodotti agricoli e i 242 per gli alimentari e il vino, cioè 482 milioni di euro su un totale di 1.808 milioni, segnando, rispetto al 2006, un +25,1% in attesa dei dati definitivi.

 

Va bene l’export, ma per quanto riguarda i consumi la Sicilia è il fanalino di coda tra le regioni italiane, secondo quanto rilevano i ricercatori della Fondazione Curella. La crisi morde e il calo del Pil dell’Isola è previsto, sempre per il 2013, tra il 3 e il 3,8% rispetto all’anno precedente, mentre aumentano i disoccupati (secondo i dati Istat, nel primo trimestre erano 351.300) e calano gli occupati (a settembre erano un milione e 298mila). Il settore primario è l’unico che ha dato segni di vitalità sul fronte dell’occupazione nel 2013. Non si tratta di grandi numeri (23.000 i nuovi contratti), ma ci sarebbero parecchie occasioni di lavoro se si pensa che i 5 milioni di siciliani spendono 10 miliardi di euro all’anno in cibi e bevande e ne producono appena per 4 miliardi. I 6 miliardi di euro che mancano all’appello finiscono in altre tasche. E dire che, da un lato, sale l’attenzione degli isolani per il “Born in Sicily” e il consumo a chilometro zero, mentre, dall’altro, il “brand” Sicilia tira moltissimo all’estero nell’agroalimentare.

 

Purtroppo tutto ciò non viene sfruttato. Un esempio illuminante è il vino. L’Isola, prima produttrice nazionale, ha un grande “appeal” nel mondo e il “brand” è terzo nella valutazione degli esperti dopo quelli di Toscana e Piemonte. Nella classifica dell’export la Sicilia risulta nona con circa 100 milioni di euro (dati riferiti al 2012). La precedono il Veneto (1,5 miliardi di euro), il Piemonte (888 milioni), la Toscana (703 milioni), il Trentino (450,7 milioni), l’Emilia Romagna (353 milioni), la Lombardia (236,8 milioni), la Puglia (121,6 milioni) e l’Abruzzo (107,6 milioni di euro). Nel 2013, nel periodo gennaio-settembre, l’export della Sicilia ha registrato appena +0,3% rispetto allo stesso periodo del 2012. Che diventa -10,1% per l’olio extravergine d’oliva; -4,7% per la pasta; +30,4% per frutta e ortaggi tenendo conto, però, che rispetto al totale nazionale la percentuale è di appena 0,6. Insomma, non c’è di che entusiasmarsi. Ma va tenuto conto che per la Sicilia resta l’agricoltura il settore su cui puntare, soprattutto per gli spazi offerti dal consumo interno.

 

Ci sono, comunque, altri dati di cui tenere conto. Il sistema manifatturiero nell’Isola genera un valore aggiunto dell’8,9% contro una media nazionale del 16%. E ancora: fissando a 100 il valore medio italiano, negli ultimi dieci anni la rete stradale in Sicilia è scesa da 87 a 84; la rete ferroviaria da 65 a 59; la rete portuale da 174 a 104; la rete aeroportuale da 88 a 86. Si tratta di dati che si commentano da soli.

 

Tornando ai dati nazionali, «la maggior parte delle esportazioni – si legge in una nota della Coldiretti, che ha svolto un’analisi sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero – interessa i Paesi dell’Unione europea per un valore stimato di 22,5 miliardi (+5%), ma il Made in Italy cresce anche negli Stati Uniti con 2,9 miliardi (+6%), nei mercati asiatici (+8%, 2,8 miliardi) e su quelli africani dove si è avuto un incremento del 12%, arrivando a quota 1,1 miliardi. Il miglior risultato è però quello che viene dall’Oceania, con un +13%, anche se l’importo è contenuto. A livello generale, l’aumento dell’export rispetto al 2012 è stato del 6%. Tra i principali settori del Made in Italy, il prodotto più esportato si conferma il vino, con 5,1 miliardi (+8%) davanti all’ortofrutta fresca (4,5 miliardi di euro), che cresce del 6%, mentre l’olio fa segnare un +10% che porta il valore complessivo a 1,3 miliardi. Aumenta pure la pasta che rappresenta una voce importante del Made in Italy sulle tavole straniere con 2,2 miliardi (+4%)».

 

«Il record fatto registrare dall’export – spiega il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo – è il frutto del lavoro di un tessuto produttivo ricco, capillare, che coinvolge milioni di uomini e che rende l’Italia competitiva anche all’interno dei processi di mondializzazione dell’economia e delle idee. Ora occorre – aggiunge – che questo patrimonio sia difeso, portando sul mercato il valore aggiunto della trasparenza e dando completa attuazione alle leggi nazionale e comunitaria che prevedono l’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti». All’estero, stima la Coldiretti, il falso Made in Italy a tavola fattura 60 miliardi di euro e sono falsi due prodotti alimentari su tre.

 

 

( Fonte La Sicilia )